di Omar Macchi
JERAGO CON ORAGO – Al Castello di Jerago la lotta contro le mafie passa dal ricordo di Rosario Livatino, magistrato vittima della Stidda agrigentina. A onorare la sua figura ci ha pensato il giudice Ottavio Sferlazza, che ha messo in guardia il pubblico in sala: «Il sacrificio dei nostri eroi civili non è stato vano, ma c’è ancora molto da fare».
La serata
Si è tenuto ieri sera, venerdì 27 settembre, l’incontro promosso dal presidente di Volarte Italia Adelio Airaghi in memoria di Rosario Livatino. Ad affiancare sul palco il magistrato Sferlazza – è grazie al suo operato se gli assassini del giudice finirono dietro le sbarre – c’era anche Salvatore Insenga, cugino di primo grado di Livatino. I due ospiti hanno regalato un ritratto umano, spirituale e professionale del primo magistrato beato nella storia della Chiesa Cattolica. Presenti in sala per assistere all’evento anche il prefetto di Varese, Salvatore Pasquariello, il sindaco Emilio Aliverti, l’assessore Maria Giovanna Buzzetti e una rappresentanza dell’Arma dei Carabinieri.

L’uomo dietro la toga
La serata ha donato ai presenti un’immagine dell’assoluta integrità di Livatino, che come ricorda Sferlazza: «Ha incarnato, sia nella sua vita professionale sia in quella personale, i valori nei quali credeva. Dovrebbe costituire un esempio per tutti i nuovi magistrati».
Il ritratto del giudice inflessibile ha poi lasciato spazio a quello dell’uomo semplice e di cuore che stava dietro all’incarico. «Aveva la passione per il cinema – ha detto Salvatore Insenga – amava “Il buono, il brutto e il cattivo”, ma si divertiva anche a leggere Tex Willer». Le parole degli ospiti hanno tratteggiato la figura di un uomo appassionato, dedito alla famiglia, sostenuto dalla sua fede e dalla certezza dell’importanza del suo incarico.
Non sono mancati momenti dolorosi e profondamente toccanti: il ricordo di quando Sferlazza sollevò il lenzuolo che copriva il corpo del giudice, i suoi ultimi istanti di vita, ma anche il periodo delle stragi di mafia, da cui tutta l’Italia è uscita stravolta.
Sulla scia di questi commoventi ricordi, la serata è stata chiusa dall’emozionante appello di Insenga: «Rosario non è più mio. Il fatto che sia diventato un martire dello stato lo rende vostro. Conoscetelo, indagatelo. Non rendete vano quel sacrificio».
La società contemporanea
C’è stato spazio, fra i temi toccati, anche per una riflessione sulla contemporaneità. Se Sferlazza si è detto fiducioso della crescita della società civile, pur convinto che sia ancora necessario un lungo lavoro per debellare la mentalità mafiosa; più critico è invece stato Insenga: «Le fiction hanno mitizzato figure mafiose e i ragazzi le prendono d’esempio senza capire di cosa si parli». La soluzione, secondo lui, passa per un miglioramento del sistema di istruzione e per una rinnovata educazione civica: «Quella che si fa oggi a scuola non funziona. Farla fare a tutti i professori è come non farla fare a nessuno. L’educazione è fondamentale, non possiamo lasciarla così».
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