Oggi più che mai, dopo i fatti di Busto Arsizio della sera tra venerdì e sabato, fatti che vanno in scia a quanto accaduto a Capodanno in piazza Duomo a Milano, le chiacchiere stanno a zero. Che non sia possibile tollerare gruppi di giovani, per la stragrande maggioranza stranieri, scatenati contro le forze dell’ordine, per di più rei di vilipendio contro di loro, contro il nostro Paese che li ospita e la premier Giorgia Meloni, ci pare un’ovvietà. Basta. Basta con simili, sconcertanti episodi, che segnalano un innalzamento dell’inciviltà, delle intemperanze e delle difficoltà, non soltanto culturali, di integrazione. E, appunto, basta con le chiacchiere dei politici, pronti a scaricare colpe, vere o presunte, sugli avversari a seconda della coalizione che amministra una singola città.
Le parole hanno un peso, magari suggestionano l’elettorato, ma non sempre sono risolutive. Varese, Busto Arsizio, Gallarate, Saronno, Legnano sono assediate da bande che non sentono ragioni, disprezzano le regole, fanno uso di droghe e alcol, prendono di mira persino inermi cittadini che finiscono senza volerlo e senza saperlo nelle loro spire distruttive e delinquenziali. La sicurezza è sempre più a rischio, lo certificano le cronache che raccontano di episodi sconcertanti come a Busto Arsizio. L’impellenza di interventi efficaci, anche legislativi, ci pare scontata: oggi le norme finiscono per penalizzare i tutori della legge e favorire chi delinque: le forze dell’ordine li fermano, la magistratura li scarcera. Tocca alla politica mettervi mano. Non con la retorica della solidarietà, ma con misure concrete.
Per restare a Busto, sesta città della Lombardia, non proprio l’ultima, il Municipio è retto dal centrodestra e da un sindaco ora espressione del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia. Dal Comune, e non da ieri, partono appelli affinché vengano adeguati gli organici di polizia e carabinieri. Perorazioni che arrivano dove devono arrivare e, lì, cadono spesso nel vuoto. Busto non ha lo status di capoluogo di provincia, per questo riceve meno attenzioni di una qualunque città che invece gode dei benefici economici e delle attenzioni politiche di un capoluogo. Busto Arsizio e Golasecca, per usare un paradosso senza che a Golasecca si offendano, giù a Roma hanno la stessa importanza rispetto a certi problemi. Possibile? Se non fosse così ne avremmo già visto gli effetti positivi: infatti, una città di più di 80mila abitanti è pattugliata da una sola auto del commissariato!
L’assessore bustocco alla sicurezza propone di studiare una strategia capace di arginare gli eccessi dei giovinastri stranieri e dei loro coetanei autoctoni della stessa risma. Ma lui è soltanto un assessore, i suoi poteri sono marginali, al massimo può disporre della polizia locale che però agisce soprattutto su altri fronti; la questione ha bisogno dell’interesse dei livelli più alti, dei parlamentari meloniani, forzisti e leghisti, il cui segretario federale di questi ultimi brama il ritorno al ministero dell’Interno per gestire proprio la sicurezza e l’immigrazione, fattore che, più di altri, determina situazioni come quella bustocca.
Sono loro, i politici, che devono fare pressione nelle sedi opportune, battere i pugni, alzare la voce, insistere perché nelle nostre città, in tutte le città della provincia, indifferentemente, anche in quelle amministrate da sindaci di segno opposto al centrodestra, il governo si accorga dell’urgenza di sostenere questure e caserme dei carabinieri. Tanto più che la premier si chiama Giorgia Meloni, forte di una serie di giudizi positivi bipartisan sul suo operato, addirittura, considerata dalle agenzie estere una delle donne più potenti del continente. Ne siamo tutti felici; lo saremmo ancora di più, noi residenti nel Varesotto, se usasse il suo potere per garantirci una briciola di sicurezza in più.
Rivolta di piazza a Busto, sottosegretario Molteni: «Gravissimo. Nessuna impunità»
