L’assessore di Busto e la politica dei vaffa

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Matteo Sabba, assessore "civico" a Busto Arsizio

Qualche tempo fa, l’assessore bustocco Matteo Sabba rivolse a un nostro collega di Malpensa24 la seguente domanda: “Ma come fate a sopportare un direttore come il vostro?” La risposta del sottoscritto, informato del fatto, fu una risata: Sabba è uno simpatico: sempre pronti a prendere un caffè con lui. Oggi, al sottointeso vaffa dello stesso Sabba a chi gli chiedeva se fosse o no un vannacciano (“Sono affari miei, voto quel che mi pare”), siamo noi a domandare com’è possibile che una grande città come Busto Arsizio possa tollerare amministratori tanto sgarbati, per dire senza dire. Nominati dal sindaco nella sua giunta benché in presenza di una possibile quanto probabile incompatibilità. Mah.

La differenza tra un giornalista e un rappresentante delle istituzioni è lapalissiana, il primo scrive articoli, tutt’al più rischia di mandare a scatafascio un giornale e ne risponderebbe, oltre che in solido all’editore, ai lettori; il secondo maneggia il destino amministrativo (e i soldi) della comunità e ha il dovere di rendere conto ai cittadini di quello che fa e, per onestà intellettuale, da che parte sta. Invece quando esce dalle righe viene difeso dai colleghi e dal pavido silenzio di certe opposizioni, mentre lui cerca di pararsi dietro al paravento dell’appartenenza a una lista civica, che civiche sono soltanto per definizione: in pratica fanno politica come tutti i partiti senza esporsi con una casacca.

Ci soffermiamo sul caso bustocco perché, in sedicesimo, ci sembra lo specchio della politica italiana, che non è il massimo dell’aplomp e della correttezza, sia da una parte sia dall’altra. Indro Montanelli diceva che “la destra si dovrebbe riconoscere non tanto dall’ideologia, quanto dal rigore morale di comportamento e dal modello di civiltà, fondato sul senso dello Stato e del dovere”. Figurarsi: chi ha mai preso in considerazione questa sottolineatura, che vale, mutatis mutandis, anche per la sinistra. Lo scontro è a tutto campo, e a chi chiede appunto responsabilità e trasparenza viene risposto come ha risposto Sabba: sono affari miei. Sostituendo “affari” con un termine altro, di facile intuizione.

Per di più imperano volgarità e bullismo, che fanno a pugni con la consapevolezza del ruolo e degli obblighi che esso comporta. Spesso i politici sono convinti che a loro è tutto permesso, persino di mandare a quel paese chiunque dia loro fastidio. Tant’è vero che negli ultimi anni sono stati varati da governo e parlamento provvedimenti restrittivi sulla diffusione delle notizie. Giro di vite che fa comodo a tutti, indistintamente. Persino all’imbarazzante campo largo, che fa finta di pensare ai problemi veri del Paese, magari trascurati da Meloni e soci, ma intanto litiga su chi deve comandare la coalizione. E fatica così ad avere il consenso per proporsi come alternativa affidabile al centrodestra.

Lo scenario è più o meno lo stesso dalla capitale alle periferie dell’impero italico. Certo, esistono le eccezioni, ci mancherebbe. Ma sono così rare che si disperdono nel grande mare della confusione ideologica, etica e di comportamento che caratterizza il mondo della politica, dominata dagli interessi di parte, se non personali. E’ una involuzione di tipo culturale, che calpesta coerenza e disciplina per offrire spazio al “chi se ne frega”. Dal quale discende la mancanza di serietà e del rispetto delle regole. Questo è davvero molto preoccupante. E triste.

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