Bus allineati, ammiraglie cariche di bici, gente ovunque, stand disordinati, musica assordante. Benvenuti al raduno di partenza, che vi farò conoscere oggi con #lavueltaamimanera.
Se ci vai per la prima volta, spinto dall’entusiasmo, resti allegramente sorpreso. Se però guardi bene, invece, sembra di essere in un suk. Regna la confusione assoluta. Il raduno di partenza è il punto d’incontro alle corse. Qui si svolgono le operazioni di partenza. Puoi essere a Venaria piuttosto che a Liegi, Bormio o Madrid che la situazione non cambia. È sempre talmente tutto uguale che non sai neppure dove sei. Ci sono stati posti che avrei giurato in tribunale di non aver mai visto, di non esserci mai stato. Invece, magari, erano passati solo pochi giorni dal fatto.
Il Ppo
Al raduno, che più o meno inizia un paio d’ore prima del via, ci si accede solo dal Ppo, una sigla che sembra strana ma che indica il “punto di passaggio obbligatorio”. Lo si trova indicato, alla Vuelta, sul “libro tecnico de ruta”, quello che al Giro viene chiamato da chi ne sa tanto “Garibaldi”. Il Ppo è la porta del paradiso o dell’inferno. Punti di vista. Dal Ppo in poi il percorso è transennato, le auto ci accedono solo se autorizzate. Quelle della corsa. La maggior parte degli spettatori entra e a piedi. I più tifosi, quelli che si sentono ciclisti, passano in bici. Di questi quasi nessuno indossa più le maglie delle squadre pro, ma quelle del loro club. L’età media è molto alta, i giovani una vera rarità.
I ciclisti fanno le superstar
Fino a qualche anno fa i corridori scendevano presto felici dal bus, volevano anche liberarsi dalla ripetitività delle corse. Ridevano, scherzavano, si mischiavano alla gente a caccia di foto o autografi. Era l’occasione anche per chiacchierare, magari per fare qualche intervista o avere almeno qualche notizia. Ora i corridori stanno sui bus, in molti casi con musica a palla, fino all’ultimo secondo. Si devono concentrare. Scemenza solenne. In realtà si danno l’aria da superstar. Sono infastiditi dalla gente, dal pubblico. Molti da dietro le tende guardano fuori e sadicamente, o forse solo stupidamente, godono dal vedere la gente accalcata in un’inutile attesa. Io resto dell’idea che se passeggiano in piazza Duomo a Milano, nessuno li riconosce. Fatto sta che quando scendono per andare alla firma, hanno una faccia che sembrano vadano in guerra. Attorno hanno sempre l’addetto stampa, anche lui con aria truce, in versione cane da guardia pronto a ringhiare contro chi si avvicina.

Tanti cari saluti
Però i giornalisti al raduno di partenza pare che non possono mancare. Si faceva così sessant’anni fa, vuoi non farlo anche ora? Sta di fatto che in queste condizioni l’unica cosa che puoi fare è pascolare tra un bus e l’altro con aria stanca. Poi, tra quelli del “mundillo” o come lo chiama qualcuno la piccola parrocchia del ciclismo, ci si saluta ogni giorno come se fossero anni che non ci si vedesse. C’è chi ti saluta per forza, chi ti dà la mano che sembra una medusa e tiene gli occhi bassi. Una pena, veloce però. Per evitare incontri fastidiosi da anni uso la tecnica del telefono. Lo tengo vicino all’orecchio e faccio finta di essere occupatissimo in una conversazione esiziale. Mi evito di far finta di salutare per educazione.
Gli amici degli amici
E la gente? Dipende se si fa parte degli eletti o meno. Gli eletti – politici, sponsor, imbucati, amici degli amici e parenti degli amici – hanno il pass al collo che consente di accedere al “villaggio di partenza”, dove ci sono gli stand degli sponsor con qualcosa da arraffare. Il cartellino plastica li fa sentire importanti per un paio d’ore. Gli altri stanno fuori. Guardano da dietro le grate di transenne altissime. Ma cosa guardano?
