di Massimo Lodi
Quattro problemi per Giorgia Meloni a due settimane dal voto. Le tasse, il premierato, i concorrenti a destra, la vicenda Toti.
1) Le tasse. Devo vederci chiaro nel redditometro prima di prendere una decisione finale, dice la premier al Festival dell’Economia a Trento. Il sistema di controllo induttivo, licenziato dal viceministro Leo (a insaputa dell’esecutivo?), è sospeso. Bisognava vederci chiaro prima, mica dopo. Sorpresa tra gl’italiani che votando i conservatori/moderati non s’aspettavano la norma. Peraltro giusta: non danneggia alcun onesto, persegue tanti disonesti. Qual è il problema? Il problema è che siamo in una vigilia elettorale, e guai a parlare di fisco, nuoce alla propaganda. Bastava dire: in Italia il cittadino paga troppo allo Stato, bisogna alleggerirgli il carico. Ma per farlo, necessita un’equa distribuzione del versamento dovuto. Il redditometro, se bene inteso/utilizzato, serve allo scopo. Si chiama lealtà intellettuale, innanzitutto.
2) Il premierato. O la va o la spacca, sentenzia sempre a Trento la presidente del Consiglio. Non il modo più consono a una riforma costituzionale. Vien diffusa un’idea sbagliata d’imperio. Erroraccio. Il giorno prima perfino il capo dei vescovi, cardinale Zuppi, aveva ammonito sull’incognita rappresentata da una tale scelta. Rischia di modificare (e idem l’autonomia differenziata) l’equilibrio dei poteri nella Repubblica, dunque di minare la solidità democratica/l’armonia sociale. Un’opinione largamente condivisa. Perché non tenerne conto? Soprattutto: perché non evitare il perseguimento dell’obiettivo a colpi di maggioranza, col rischio concreto di finire la partita a un referendum, magari perdendolo? Chiedere a Renzi, fornirà dettagliate news.

3) I concorrenti a destra. Forza Italia e Lega non perdono occasione di smarcarsi da Fratelli d’Italia. Per Strasburgo si vota col sistema proporzionale, ciascuno pensa a sé stesso. Anche fra alleati. La ricomposizione avverrà dopo. Il che spiega l’ammiccamento tattico Meloni-Le Pen, il prudenziale distacco di Salvini dai tedeschi di Afd, le stoccate di Tajani a Orban. Eccetera. Naturalmente nessuno che parli dell’Europa prossima ventura. Si va alle urne pensando al riflesso italiano delle schede che vi saranno infilate. Ovvero: una verifica di mid term della maggioranza che comanda a Chgi, con successivo, probabile rimpasto governativo. Postilla: ovvio che il discorso vale anche a sinistra. Ci si peserà dentro il Pd e tra Pd e Cinquestelle. Infine, test al centro: dirà quale valore residuale è rimasto a Renzi, quale a Calenda.
4) La vicenda Toti. Il merito del caso giudiziario è ancora da chiarire. L’eco lascia strascichi. Ad esempio: quanti, insofferenti dell’ennesima vicenda di presunti comportamenti illeciti della politica, si negheranno al voto? Quanti, sull’onda emotiva della storia, decideranno di spostare la loro preferenza da un’area all’altra o, dentro la medesima area, da un partito all’altro? Quanti, infine, ne saranno influenzati sia per le elezioni europee sia per le elezioni amministrative? La sinistra ha i suoi grattacapi in Puglia, la destra in Liguria. Ma il caso della Liguria suscita uno sconcerto maggiore di quello della Puglia. E si teme l’effetto sull’imminente scadenza.
Quattro problemi che Meloni non immaginava di dover affrontare a due settimane da un’importante resa dei conti. Anziché in difesa, sceglie di giocare in attacco. Metodo rischioso: i contropiede son sempre in agguato e spesso fanno male. Come lascia intravedere un ultimo sondaggio che dà in calo FdI e in recupero il Pd, pur restando netto il distacco a pro dei tricolori. Vero, non vero? Mah. Di sicuro regnano confusione, incertezza, sfiducia mentre sarebbe opportuno il contrario.
