di Massimo Lodi
“Presidente lei calpesta le formiche? Ci fa caso mentre cammina?”. È la domanda più banale, e insieme più curiosa/indagatrice della conferenza stampa d’inizio anno di Giorgia Meloni. Gliela fa il giornalista e pittore-scultore bulgaro Alexander Jakhnagiev, risolino beffardo, sguardo non si capisce se complice o accusatorio, lunga treccina a pendere sulla sinistra (ahi) del volto. Va sul tema perché -spiega- l’amata nonna affermava che viene a piovere, se si calpestano le formiche.
Sorpresa, stupita, trasecolata la premier. Cosa vorrà insinuare Alexander? Forse che lei va come un treno e non bada a travolgere ostacoli? Forse che la sua leadership sta affermandosi di tal forza da rischiare d’inimicarle gli alleati? Forse che dovrebbe usare maggior oculatezza a dove mette i piedi, ovvero a come diplomaticamente si muove, non sottovalutando i pericoli del sovranismo?
Meloni lascia passare qualche attimo prima di decidere se prenderla male o bene. Infine opta per il bene. Senza spirito ostile, replica al bulgaro: “Guardi, non so. Di sicuro, evito di calpestare le formiche se le vedo. Se non le vedo, mi dispiace schiacciarle. E comunque in futuro starò attenta, grazie del suggerimento”.

Attenta, ecco il punto. Così da evitare le piogge evocate dall’inquietante nonna di Jakhnagiev. Uno zelo/riguardo/impegno imposti dal ruolo ormai dominante di Giorgia nella maggioranza che governa l’Italia; dalla scalata nel buongiudizio dei partner di Bruxelles; dalla strategica collocazione sullo scacchiere mondiale. Non è più il tempo dell’underdog, ha preso avvio l’epoca dell’overpower. Cioè d’un potere condizionante, in patria e all’estero, acquisito un po’ per valentìa propria, un po’ per casualità di circostanze. L’inquilina di Chigi ne dà due dimostrazioni esaustive/scontate: conferma il rapporto privilegiato con Trump e Musk, specificando tuttavia di non avvertire soggezione e invece parità d’interessi nel reciproco convergere d’opinioni su cruciali snodi politici ed economici; ribadisce l’inscalfibile saldezza nel sovrintendere all’esecutivo, liquidando qualunque idea di rimpasto, a cominciare dal desiderio salviniano di riconquista del Viminale.
L’orizzonte lascia intravedere un ruolo meloniano di mediazione fra l’America first del tycoon che s’insedierà il 20 gennaio e l’Europa last, scesa all’ultimo livello di resistenza fra la pressione delle guerre a Est e in Medio Oriente e la rivoluzione tecno-conservatrice in arrivo dagli Stati Uniti.
Lo scenario delle relazioni estere fa passare in seconda linea quello del dibattito italiano, che propone questioni sociali non da poco, degne d’approfondimento: una riforma delle pensioni rimasta al palo, le tasse che non scendono, l’occupazione giovanile in affanno, eccetera. Poco, d’altra parte, le vien chiesto in proposito e alla presidente del Consiglio riesce agevole glissare. Può perfino concedersi aplomb verso gli avversari (posizione di stand by circa il caso Todde in Sardegna) e non promettere che si ricandiderà a succedere sé stessa a fine legislatura. Chiosa: vedrò che ho fatto e come, quindi la decisione. Saggezza operativa, unita a uno sguardo oltre la siepe tricolore: il futuro potrebbe essere lontano da Roma, ma vicino al cuore del Vecchio Continente. Anche le formiche nel loro piccolo sanno andare lontano, specialmente quando hanno tendenza alla virtuosa collera, come scrivevano Gino e Michele. Senza sapere che in futuro una Giorgia ne avrebbe seguito le tracce.
