Cosa ne sarà dell’ala nordista della Lega, adesso che Matteo Salvini è rimontato in sella più forte di prima, è difficile dirlo. Ma forse neanche tanto, alla luce delle dichiarazioni espresse al congresso di Milano, chiusosi con la rielezione quasi bulgara del Capitano, e la sonora sconfitta (lo dicono i numeri) della fronda schierata con Massimo Garavaglia e a favore di una risoluzione politica che riportasse il partito alle origini, rimettendo in primo piano la questione settentrionale.
Cosa ne sarà, dicevamo. La battaglia interna è persa, non ci sono scuse. Non resta che prenderne atto e, a questo punto, decidere se allinearsi buoni buoni o, al contrario, alzare il livello dello scontro, fino a una possibile, al momento improbabile, spaccatura definitiva. Con tutte le conseguenze del caso.
Luca Zaia ricorda che “la Lega è una famiglia”, quasi a giustificare, come succede in tutte le famiglie, le contrarietà e i dissapori che la caratterizzano. Garavaglia, nel suo intervento, promette, in caso di sua elezione alla segreteria, di non procedere a epurazioni e vendette. Ma sembra un messaggio per Salvini: se vinci non usare la falce contro di noi. Noi che abbiamo avanzato preoccupazioni sulla tenuta elettorale e sulla necessità di una maggiore attenzione per i territori del Nord, però a beneficio della Lega.
Ritorno al passato che lo slogan del congresso pone idealmente in circolazione: “Lega di lotta e di governo”, riproponendo la migliore era bossiana, movimentista e a un tempo conciliante. E che il nuovo simbolo, presentato sempre a Milano, rimarca con la scritta “Italia federale”, il vecchio, caro federalismo che i frondisti hanno riportato con forza in auge.
Accontentati? Probabilmente nessuna intenzione di blandirli a un anno dalla precedente assise congressuale di Firenze, nella quale furono affrontati gli stessi temi di oggi e fu consegnato, senza se e senza ma, il comando proprio a Salvini. Rafforzato dodici mesi dopo a Milano. Così che l’annunciata segreteria collegiale, varata per decidere di volta in volta la linea politica, non potrà di certo ridiscutere: gli esponenti saranno di nomina del segretario.
Scontato pensare che da domani le ripercussioni della “due giorni” milanese si rifletteranno sulle sezioni, per noi su quella varesina. Andrea Cassani, il segretario provinciale, non ha avuto peli sulla lingua: “Dobbiamo smetterla di confondere la lealtà col silenzio”. E via con una serie di considerazioni dal palco sulla necessità di riguadagnare la fiducia degli elettori. Atteggiamento coraggioso e di sincerità. Ma in giro circolano messaggi whatsapp di segno opposto, che avallano rancore e delusione. Le firme sono di diversi militanti, alcuni di primo piano, nomi che non sfuggono all’entourage del Capitano. Compresi gli sms che invitavano a disertare l’assise milanese “per mandare un segnale”. La sensazione è che i segnali, prima o poi, saranno tutti per i dissidenti, più o meno presunti e noti. E non saranno segnali di pace e distensione “come fossimo in una famiglia”. Anche se i i segnali che più contano, stavolta per Salvini e company, devono ancora arrivare: dagli elettori.
Salvini si tiene la Lega e cambia il simbolo: «Non siamo secondi a nessuno»
