LEGNANO – «A distanza di trent’anni, non riesco a ottenere la verità e la giustizia per cui ho combattuto tutta la mia vita». Con la speranza che qualcuno continui la sua lotta, Salvatore Borsellino ha affidato agli studenti di Legnano il ricordo del fratello Paolo durante l’incontro in Sala Ratti dello scorso giovedì 15 maggio, organizzato nell’ambito delle attività di educazione alla legalità per le classi quarte dell’Isis Bernocchi con Carabinieri di Legnano, associazione Su la testa, movimento Agende rosse, Fondazione Heal e Motoclub Ss33 Sempione.
Salvatore Borsellino ha parlato a lungo del lavoro del fratello magistrato e di Giovanni Falcone, che definisce «il vero fratello di Paolo»: entrambi cresciuti all’Auser, quartiere povero di Palermo, hanno fatto la stessa vita, condiviso sogni e battaglie. Ha ricordato anche il giudice e vittima della mafia Rocco Chinnici, che istituì il pool antimafia di cui Borsellino e Falcone fecero parte, prima del quale non esisteva neanche il reato di associazione mafiosa.
Il racconto della mafia e delle sue complicità
L’ingegner Borsellino ha reso una testimonianza coraggiosa, senza reticenze, sulla strage di via D’Amelio, quando Cosa Nostra fece esplodere un’auto imbottita di tritolo sotto l’abitazione della madre e della sorella, uccidendo Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. «Non fu soltanto una strage di mafia – detto – fu una strage di Stato». Ha ricordato che all’indomani dell’attentato un pentito si autoaccusò, fornendo dettagli esatti sulle dinamiche dei fatti; ma era stato costretto. Nel processo Borsellino Quater, lo stesso pentito, Gaspare Spatuzza, rivelò che era stato Arnaldo La Barbera, capo della Squadra Mobile della polizia di Palermo, a mettergli in bocca la confessione. Ecco perché il Borsellino Quater ha definito il fatto un “depistaggio di Stato”. Spatuzza disse anche di aver rubato l’auto e di essere stato presente mentre veniva riempita di esplosivo: in quel garage non c’erano soltanto mafiosi, ma anche una persona che lui non conosceva. Forse un uomo dei servizi segreti, di quelli che si definiscono deviati.
Il fratello del giudice Borsellino ha poi parlato della famosa agenda rossa, quella che Paolo portava sempre con sé e in cui annotava sempre tutto, che Salvatore ha definito «la scatola nera della strage di via D’Amelio». Non è mai stata ritrovata. L’ingegner Borsellino ha proseguito dicendo che il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli prese dall’auto in fiamme la borsa di Paolo, ritrovata mesi dopo sul divano di La Barbera: l’agenda non c’era. Quel capitano è stato assolto in fase di udienza preliminare. Non c’è stato mai un processo per la scomparsa di quell’agenda.
«Studiate le leggi. Senza rinunciare a discuterle»
Sull’assassinio di suo fratello, Salvatore Borsellino non ha dubbi. «La strage di via D’Amelio è conseguenza di quella di Capaci», in cui 57 giorni prima morirono Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. «Uccidere Giovanni senza uccidere Paolo non avrebbe avuto alcun senso, perché fino all’ultimo giorno della sua vita Paolo avrebbe lottato per arrivare agli assassini di suo fratello Giovanni».
Agli studenti che hanno chiesto se secondo lui la scuola stia facendo abbastanza per educare alla legalità, Salvatore Borsellino ha risposto che spesso l’educazione alla legalità è iniziativa di singoli insegnanti e presidi, ma questa azione non viene favorita dai governi. «Gli incontri con i testimoni diretti, per esempio, dovrebbero essere incentivati e invece veniamo ostacolati. Io non uso più la parola “legalità” – ha aggiunto – perché troppa gente ha usato questa parola per costruirsi carriere personali. È fondamentale studiare la Costituzione, interrogarsi sulle regole morali. Le leggi vanno rispettate, ma anche discusse».
L’appello ai ragazzi. E un dono
Come fare a mantenere viva la memoria di uomini come Paolo Borsellino senza che diventi una celebrazione retorica? «Studiate, studiate, studiate» è stato l’invito ai ragazzi di Salvatore Borsellino, che li ha esortati ad approfondire, ad avere spirito critico e a non trasformarsi in consumatori passivi dei contenuti di internet e social. Tutti devono fare la propria parte. Se si vede un bullo, per esempio, bisogna denunciare.
A Salvatore Borsellino la dirigente scolastica Elena Maria D’Ambrosio ha consegnato una scultura raffigurante il simbolo dell’Istituto Bernocchi (qui sopra), realizzata con la stampante 3D della scuola: «Un dono in segno di stima e riconoscenza. Quando vorrà tornare al Bernocchi, noi l’aspettiamo a braccia aperte».
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