Libertà d’espressione e il magistrato censurato

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C’è chi la chiama “legge bavaglio”, una normativa che vieta ai giornalisti la pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare. Di più, impedisce ai magistrati dichiarazioni pubbliche. Il provvedimento introdotto dall’attuale capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, va sotto il nome dell’ex ministra Marta Cartabia, promotrice di un’ampia revisione del sistema giudiziario. Per dirla in un altro modo, si tratta di una stretta che vorrebbe essere garantista ma finisce per ostacolare il diritto di cronaca (articolo 21 della Costituzione) e di fatto, secondo molti osservatori, limita la libertà d’espressione. Anche delle toghe.

A subire per primo i rigori di questa discussa norma con una sanzione disciplinare decisa direttamente dal Consiglio Superiore della Magistratura, è il vice della Procura di Genova Franceso Pinto. L’accusa nei suoi confronti è di aver violato in un’intervista la presunzione d’innocenza di un indagato definendolo, senza nominarlo, “uno che ridusse sul lastrico decine di persone”. Il Csm l’ha punito con una censura determinata dall’ “illecito disciplinare” di cui si è (sarebbe) macchiato. C’è chi ritiene la misura adottata dall’organo di autogoverno dei magistrati una sorta di messaggio per l’intera magistratura con l’effetto di restringere ulteriormente la libertà d’espressione. Con un dubbio che aggraverebbe la questione: l’azione disciplinare sarebbe stata sollecitata sulla vera o presunta spinta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, spesso al centro di polemiche e contestazioni politiche.

Francesco Pinto è un magistrato che si è occupato di importanti inchieste relative alla Pubblica Amministrazione. Per due anni ha retto la procura di Genova nel periodo del caso giudiziario in cui era coinvolto Giovanni Toti, ex presidente ligure. Non proprio l’ultimo dei magistrati. Anzi. L’intervista oggetto del caso che lo riguarda data il 2024. Pinto rilasciò alcune dichiarazioni al Fatto Quotidiano in cui esprimeva perplessità su una proposta di Costa. Quest’ultimo chiedeva di introdurre una norma per vietare le misure cautelari nei confronti di persone incensurate. Per fare un esempio di quanto di negativo sarebbe potuto accadere con una simile disposizione, il magistrato ligure aveva indicato la vicenda di un indagato per bancarotta fraudolenta per 300 milioni di euro. L’imprenditore aveva chiesto di patteggiare, come poi accadde.

Una critica che evidentemente non è piaciuta. Per Francesco Pinto non sarebbe però finita qui: la sentenza potrebbe essere appellata anche sulla base della difesa che denuncia la compromissione della libertà d’espressione e la violazione dei principi dell’Unione Europea. Un Paese, il nostro, dove le parole (e il dissenso) fanno sempre più paura, anche se in gioco c’è l’interesse pubblico di una questione, di un fatto, di una notizia, di un provvedimento introdotto dalla politica. Magari a suo uso e consumo.

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