ll tempo, il ritmo e le tre linee

pellerin seminario gazzada

di Ivanoe Pellerin *

Cari amici vicini e lontani, in questo tempo freddo e umido, ancora una riflessione sul tempo, argomento che io ritengo straordinario e affascinante, come ho già avuto occasione di raccontare. Ma sinceramente, non so darvene una spiegazione davvero convincente.
Forse il tempo è il più preciso sinonimo della vita: non è il problema filosofico di Platone e di Agostino o la sorgente poetica di Dante e di Eliot, è semplicemente il solo bene che ciascun nato alla vita si trova, grazie agli Dei, al caso, alla necessità, alla provvidenza ed ai genitori, nella scarsezza dei talenti naturali. Quello e non altro: la nostra corsa breve o lunga che sia, facile o impervia, ha quel giudice di gara.

Mi muovo sempre nell’ambito della medicina palliativa, il mio spazio preferito, poiché considerare il paziente soggetto e non oggetto delle cure cambia profondamente il modo di fare medicina. Il paziente come soggetto ha valori unici, articola scelte e preferenze, si autodetermina in base alla sua concezione della qualità di vita che gli rimane da vivere. Oggi il paziente che non ha la possibilità di guarire ha paura che quello che il medico potrà fare, non corrisponda al suo vero interesse. Teme cioè che il medico metta tutti i suoi sforzi e impieghi tutte le sue possibilità terapeutiche sul versante del prolungamento della vita ad ogni costo, ma faccia mancare proprio quello che l’inguaribile richiede. Si tratta essenzialmente di due cose: non soffrire e non essere lasciato solo.

Per entrambe (la sofferenza e la solitudine) l’Operatore sia esso medico, infermiere, volontario, psicologo o semplice amico solidale ha bisogno di un prezioso elemento, il tempo, poiché senza tempo la ricerca del tempo non è possibile.
La solitudine del malato è anche legata alla divaricazione percettiva proprio di questo fondamentale elemento. Divaricazione reale perché è vero che l’altro (familiare o curante) sperimenta il tempo in modo assolutamente diverso. Per il curante è il tempo del lavoro che spesso passa con grande fretta, per i familiari è un tempo transitorio, un doloroso segmento della narrazione della loro vita, per il malato è il termine, il margine ultimo della vita.

Pensiamo ad una persona qualsiasi che nella dimensione del tempo vive un orizzonte molto aperto, ampio, lontano. Nel tempo noi, come questa persona, collochiamo i nostri affetti più cari ed importanti, l’ambito del nostro lavoro che ci insegue costantemente, la rete delle amicizie, delle relazioni ed il ruolo sociale. Tutto cadenzato, tutto regolato dal succedersi dei giorni, dei mesi, degli anni. Un ritmo continuo, tranquillo, armonico come il giorno e la notte, come il battito del cuore, pum … puum. Ma purtroppo, a volte, può accadere che compaia una ruga, una dissonanza, una stonatura nello svolgimento della nostra vita. Un accidente, un’anomalia, una grave malattia. Ecco che allora il tempo assume un aspetto inesorabile e spietato. L’inguaribile vede il suo orizzonte colpito, ferito, a volte distrutto. Il ritmo del tempo diventa incalzante, perfino assordante.

L’inguaribile passa il suo tempo tra la casa, il lavoro e l’ospedale, mentre gli affetti si concentrano e gli amici si diradano. Poi solo tra la casa e l’ospedale, quasi sempre per indagini e terapie faticose e dolorose. Poi solo la casa. Poi solo la camera dove giace. Poi solo il suo letto. Poi … Ecco il tempo protendersi sull’uomo e ghermirlo in un abbraccio soffocante che la persona atterrita subisce con stordimento e incomprensione. “Ma come sono già alla fine?”

Ma ancora abbiamo un’altra possibilità, una chance, un’interpretazione diversa. In questa, il tempo diventa contenitivo, utile, confortevole. Ritma il passare dei giorni che si dilatano a dismisura consentendo di ritrovare i nostri veri sentimenti, di rifondare le nostre relazioni ed i nostri affetti, di testimoniare quello che più di altro custodiamo nel profondo, le ragioni del cuore. Ecco che allora perfino le ore ed i minuti diventano secoli e la luce del giorno diventa abbagliante e la tenebra della sera non ci fa più paura.

A. Ferrari, noto psicoanalista della scuola sudamericana, dice che: “se come sostengono molti pensatori la morte ha obbligato l’uomo ad una delle più sconcertanti intuizioni  di tutta la sua storia, il tempo, perché non pensare di  usare il tempo, questo   tempo,   per   vivere   per   come   è possibile o, per essere più chiari, semplicemente per vivere svincolando il presente del vivere dal futuro che resta da vivere? Non rimane allora che assolutizzare il tempo “frantumandolo”, così che sia possibile dilatarlo in modo tale che ogni momento costringa in sé tutto il tempo vivibile” (A. B. Ferrari “Il pulviscolo di Giotto”, 2005).

Nel romanzo più famoso della Yourcenar, Memorie di Adriano, un importante imperatore filosofo, giunto ormai alla fine della vita, riflette sulla morte e afferma che non bisogna mai perdere di vista il grafico dell’esistenza. Esso “… non si compone mai, checché si dica, d’una orizzontale e di due perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate all’infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: esse corrispondono a ciò che un uomo ha creduto di essere, a ciò che ha voluto essere, a ciò che è stato.”

Cari amici vicini e lontani, mezzo e fine, sul tempo ci giochiamo l’avventura del vivere.

*già direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’ospedale di Legnano

 

Tempo ritmo pellerin – MALPENSA24