Mai più Auschwitz, non le prigioni libiche

giornata memoria libia

Lunedì 27 gennaio è il Giorno della Memoria, dedicato al ricordo delle vittime nei campi di sterminio nazisti. Ogni volta riecheggia una frase solenne: “Mai più”. E ogni volta ci domandiamo che cosa abbiamo imparato da quella immane tragedia, che cosa rimane nelle nostre menti e nei nostri cuori delle sofferenze e del sacrificio di milioni di persone inermi, vittime della follia collettiva di un popolo. Le risposte sono spesso deludenti, riguardano l’intolleranza diffusa verso i sopravissuti ai lager (gli insulti a Liliana Segre ne sono un terribile esempio), le divisioni politiche, le aggressioni che non hanno né confini né un fine se non la violenza per la violenza, l’antisemitismo che cova ancora in molti settori della società, l’adesione, aperta o sottotraccia, all’ideologia fascista o, peggio, nazista, il ritorno a un autoritarismo invocato come la soluzione di tutti i problemi, e via discorrendo, spesso in modo istintivo, inconsapevole e privo di approfondimenti e analisi sulle conseguenze.

L’altro giorno, a tavola con alcuni amici, per altro politici di lungo corso e di matrice democratica, il discorso è andato sul rimpatrio del carnefice libico Almasri. Ebbene, nessuno di loro ha contestato il provvedimento di scarcerazione, ritenendolo una necessità in funzione dei rapporti e dei relativi accordi dell’Italia con la Libia. Vero, una  necessità, una questione complessa, ma i poveracci vittime di questo inquietante personaggio? Un problema secondario, che non ci riguarda. Migliaia di immigrati in catene, torturati, vilipesi, sottomessi alla furia criminale degli aguzzini libici. Immagini che rimandano a quanto accadeva ad Auschwitz e in tutti gli altri luoghi del terrore di quegli anni. Che pure respingiamo, condanniamo, aborriamo e, lunedì 27 gennaio, ricorderemo affinché non si ripeta più lo stesso abominio contro l’umanità. Che invece ritorna, come in Libia, sostenuto dalla nostra indifferenza e, appunto, dalle “necessità” di Stato.

Intanto, da qualche parte nel mondo si favoleggia di una nuova “età dell’oro”. Che non ha come obiettivo una vera pacificazione sociale, ma, caso mai, una ritrovata potenza economica a favore di alcuni e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Sappiamo come vanno questa cose. E qual è l’accusa di disfattismo per coloro che ne sottolineano i contorni. Argomento che ci porterebbe lontano, dentro i principi dell’etica, della morale e del senso della vita vera. Cifre che interessano nulla in certi ambienti, quelli che primeggiano, condizionano, comandano e, in alcuni casi, sono dominati dalla cattiveria e dalla stupidità, il binomio peggiore.

Restiamo al Giorno della Memoria, evitando di spendere altre parole su un momento alto, destinato ad essere (purtroppo) riempito di parole, spesso a vanvera. E allora, il nostro invito è di ascoltare chi, più di noi, più di qualunque altro, ha la possibilità, la sensibilità e l’esperienza personale per testimoniare. C’è un uomo come Sami Modiano che ha tanto, tutto da dire, che scuote le coscienze e, commuovendo, annichilisce. C’è una scrittrice come Edith Bruck che racconta in una recente intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera il significato ultimo del suo calvario nei campi di sterminio. Basta cliccare su Internet per ritrovarla, leggerla e meditare. Soprattutto lì, in quelle parole, riusciremo forse a dare un significato, ad attualizzare quel “Mai più” che ci risuona intorno e al quale dovremo prestare ben altra attenzione e coerenza. Il 27 gennaio come in tutti gli altri giorni dell’anno.

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