FAGNANO OLONA – «Chiudere le carceri si può». Parola di Titia Korff, avvocato penalista del Foro di Amsterdam, ospite della cooperativa La Valle di Ezechiele di don David Maria Riboldi per il primo convegno internazionale in occasione del tradizionale appuntamento estivo di confronto pubblico, alla presenza di Mario Giordano, il popolare giornalista di “Fuori dal coro”. Al centro dell’attenzione, il “modello olandese”: dove i penitenziari si chiudono, per mancanza di detenuti. L’esatto opposto del sistema carcerario italiano dove il problema principale – anche in via per Cassano a Busto Arsizio – rimane il sovraffollamento.
Il modello olandese
Diverse strutture sono state riconvertite per ospitare rifugiati, altre sono diventate degli hotel, in qualche caso addirittura delle “escape room” per provare l’esperienza dell’evasione da una prigione vera. Sono 19 in Olanda, un terzo del totale, gli istituti di pena che sono stati chiusi negli ultimi 15 anni per via della riduzione del numero di detenuti, diretta conseguenza di un sistema di giustizia che privilegia le pene alternative e il ricorso a strumenti di sorveglianza tecnologica rispetto alla detenzione tradizionale. L’avvocato Titia Korff, esperta in diritto penale internazionale, estradizione e cooperativa giudiziaria internazionale, ha spiegato come è stato fatto, provando a sfidare i dubbi di Giordano.
«Ma non è la Scandinavia»
E a svelare che l’Olanda è un modello più vicino all’Italia di quanto non si possa pensare è stato invece Amedeo Barletta, vicepresidente della European Criminal Bar Association (l’associazione dei penalisti europei): «Non è la Scandinavia, è un Paese complicato, che ha il porto più grande d’Europa. È un modello che può insegnarci che la risposta sanzionatoria deve mirare a risultati: il sovraffollamento produce risultati negativi, più delinquenza, più recidiva, problemi di cooperazione giudiziaria e di immagine del paese. Ridurre le carceri invece può spostare le risorse sulla gestione al di fuori del circuito carcerario». Un circolo virtuoso da innescare, insomma. Perché, come ricorda sempre il cappellano del carcere di Busto Arsizio don David Maria Riboldi, «solo uno» dei detenuti accolti dalla cooperativa La Valle di Ezechiele è tornato in carcere, mentre l’ultima statistica ufficiale del CNEL ricorda che «il tasso di recidiva è del 2% per chi ha accesso a lavoro e formazione in carcere contro una media generale del 70%». Numeri che parlano da soli.
Il parterre

Nel cortile del La Valle di Ezechiele una folta platea, ma anche un parterre di ospiti di rilievo. Il dottor Giuseppe Fazio, presidente della sezione penale del Tribunale di Busto Arsizio, e gli avvocati Concetto Daniele Galati, direttore della Scuola Forense “G. Romagnosi”, Eliana Morolli, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Busto Arsizio, e Tiberio Massironi, presidente della Camera Penale di Busto Arsizio. Il tema dell’esportabilità del “modello olandese” è stato al centro della domanda finale di Mario Giordano, che non ha nascosto scetticismo sul fatto che le croniche «inefficienze italiane del sistema giudiziario e di quello carcerario» possano poi riproporsi anche sulle pene alternative e sugli strumenti tecnologici, come il braccialetto elettronico, mostrando tutta la sua diffidenza sul fatto che un simile approccio possa poi davvero rendere più sicuro il nostro Paese. Ma al di là delle differenze «ogni nazione può fare un focus su carceri più umane – la risposta dell’avvocato Korff – oggi il sistema costa molto e non aiuta. Le persone si sentono più sicure con la gente in prigione, ma in fondo quelli che escono di prigione poi spesso tornano a commettere crimini. È un salto nel buio».
Carcere, il “caso olandese”. Ne parla Mario Giordano a La Valle di Ezechiele a Fagnano
