di Massimo Lodi
Ernesto Maria Ruffini, ex direttore all’Agenzia delle Entrate, presenta a Varese “Più uno – La politica dell’uguaglianza”. Mercoledì 5 novembre, 17.30 Salone Estense, gli sarà accanto il sindaco Galimberti. “Più uno” è oltre che un libro: è un movimento di volontariato culturale, sociale, ideale. Dunque -lo recita il sottotitolo del saggio- politico. La finalità, non espressa, s’indovina sia quella di competere per le sorti rappresentative-camerali del Paese.
Non un fantasy. Ma un due più due. Cioè. Se Ruffini, figlio di ministro democristiano e nipote di cardinale, si risolve a mettersi in gioco, non lo fa per giocare. Uomo del cattoliberalismo, vede/riscontra/denunzia il vuoto nella sinistra riformista. Alias: mancanza di disincanto necessario a unire le diversità, volgerle in un insieme, trasformare quanto ne risulta nella composizione capace di farla finita con la scomposizione dell’elettorato simpatizzante verso questa parte dell’offerta elettorale. Urgono filo da tessere e sarto per confezionare.
Se funzionò l’Ulivo 1.0, potrebbe funzionare l’Ulivo 2.0. Certo con diverso nome, diversi attori, diversa evoluzione programmatica. Però lo spazio esiste. Tanto più oggi, quando Prodi dichiara liscio-crudo alla Gruber: la sinistra ha voltato le spalle agl’italiani. Proprio così: non li capisce più, non li attizza più, non li coinvolge più. La sinistra che perde il centro, perde l’attimo, perde le elezioni. Centro moderato, attimo storico, elezioni politiche. Pensa, la sinistra, che basti un Fronte Popolare rivisto e aggiornato per battere la destra di lontane radici nel post-fascismo, se non nel fascismo. Invece non basta, chiosa anche Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Bisogna ritrovare un’anima: comune sentimento, afflato virtuoso, orizzonte realistico, avventura ispirata al miglior retaggio del passato e al miglior sguardo sull’avvenire. Non chiacchiere, come d’acchito parrebbe, e invece fatti.
La politica sono i fatti còlti nella quotidianità. I fatti discendono da opinioni forti, figlie di studio/esperienza. Le opinioni forti maturavano nelle vecchie scuole politiche, finalizzate a formare classi dirigenti, e talvolta dirigenti di classe. Se l’Italia è risorta dalle ceneri del Dopoguerra, lo deve a queste scuole. Democristiana, comunista, socialista. Il resto, che nell’amministrazione della Repubblica si alleò a tali eccellenze, furono individualismi laici ereditati dallo spirito risorgimentale.
Nacque così l’Italia della democrazia a guida Scudocrociato sino all’inizio degli Anni Novanta, perpetuata poi nell’alternanza della Seconda Repubblica, avvio degli anni Duemila. È ipotesi che regge una nuova edizione di quelle due Italie, affermandone una Terza? Forse sì. Forse è a una simile impresa che s’ispira Mister Fisco, troppo facilmente marchiabile come neo-con d’antico stampo e invece meritevole d’un qualcosa di più. Più, ecco. Meglio: “Più uno”: il progetto associazionistico affatto catalogabile alla voce retrotopia, il rimpianto d’un passato che si sostituisce al futuro come luogo di sogni e speranze, secondo la teoria di Bauman. All’opposto: il futuro che si sostituisce al passato facendo tesoro del presente.
Un sogno realizzabile? Ruffini si spiegherà con chiarezza a Varese, dove sussiste già un’altra chiarezza: sembra del parere, assolutamente del parere, dell’ospite da rivoluzione mite, il sindaco Galimberti. Che non si ricandiderà, essendogli impedito il terzo mandato, e che tuttavia è pronto da militante Pd ad assumersi in altra veste – buttiamo lì: di federatore deideologizzato- il ruolo indispensabile al centrosinistra, se intende sconfiggere per la terza volta di fila il centrodestra nella culla della Lega. A proposto: terza volta, Terza Italia. Vedi la bizzarria del caso.
