VARESE – Roberto Molinari, dieci anni al governo di Varese. Perché i cittadini dovrebbero darvi ancora fiducia?
«Perché abbiamo cambiato la città e siamo pronti a cambiarla ancora. Non possiamo riproporci con le stesse ricette di dieci anni fa. Varese è cambiata, sono cambiati i suoi abitanti e i loro bisogni. Dobbiamo ascoltarli e costruire una nuova proposta politica».
Insomma, continuità o discontinuità?
«Entrambe. Continuità nel metodo, discontinuità nelle risposte. Abbiamo fatto tante cose positive, certamente anche qualche errore. Ma nei prossimi dieci anni vogliamo fare ancora meglio. E non dobbiamo nasconderci. Noi abbiamo amministrato nel periodo della crisi economica e abbiamo vissuto il Covid. In questi dieci anni abbiamo dimostrato di saper intercettare i bisogni e di dare risposte concrete. E ora, anche sulla base della rete sociale che abbiamo costruito con quelli che un tempo si chiamavano i corpi intermedi, crediamo di poter continuare a dare le risposte necessarie».
Eppure il centrodestra vuole mandarvi a casa.
«È legittimo. Ma un’opposizione intelligente dovrebbe riconoscere quanto di positivo è stato fatto e spiegare come intende migliorarlo. Invece sento soltanto la volontà di buttare tutto all’aria».
Il Pd è ancora il perno della coalizione?
«Il Pd ha autorevolezza perché ha dimostrato credibilità e coerenza. Ha saputo fare passi avanti e, quando necessario, anche indietro. Ma è tutto il centrosinistra che deve essere autorevole».
Porte aperte ai civismo?
«Assolutamente sì. Varese è ricchissima di associazioni, volontariato e terzo settore. Persone che conoscono i problemi della città e possono contribuire a governarla. Non cerchiamo semplici alleati elettorali, ma persone capaci di portare idee, competenze e progetti. I partiti devono saper lasciare spazio a queste energie».
Sul welfare avete lanciato un allarme pesante. Siete preoccupati?
«I prossimi quattro o cinque anni rischiano di essere devastanti. E non parlo soltanto di Varese, ma di tutti i Comuni italiani. Se non cambiano il quadro normativo e quello economico, le amministrazioni non saranno più in grado di garantire i servizi attuali. Ecco perché abbiamo proposto al terzo settore di lavorare insieme, attraverso la coprogettazione e la coprogrammazione, per salvaguardare il livello di assistenza e di civiltà raggiunto».
Quali sono le emergenze sociali più preoccupanti?
«Sono tante e soprattutto sono collegate. Penso alla povertà di famiglie che vivono con un solo stipendio e non arrivano nemmeno alla terza settimana del mese. Da qui nasce il problema abitativo, con persone che non riescono a pagare l’affitto. E poi ci sono le conseguenze sui figli, che rischiano di non avere le stesse opportunità educative degli altri. Così le disuguaglianze si riproducono da una generazione all’altra».
E poi ci sono disabilità e salute mentale. Quali le risposte?
«Esatto. I numeri della disabilità sono in crescita, mentre il disagio mentale sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. A questo si aggiungono le difficoltà della sanità. Sono problemi che spesso convivono nella stessa famiglia. Non possiamo affrontarli separatamente, né pensare che il Comune possa risolverli da solo».
Il terzo settore è pronto a raccogliere questa sfida?
«La risposta che abbiamo ricevuto dai tavoli di confronto è stata persino più positiva di quanto immaginassi. C’è una grande disponibilità a costruire progetti comuni. Dieci anni fa prevaleva la logica dell’appalto e ciascuno lavorava per conto proprio. Oggi abbiamo avviato un percorso diverso, fondato sulla collaborazione. Ed è fondamentale perché non scarseggiano soltanto le risorse economiche, ma rischiano di mancare anche quelle umane».
Anche la sicurezza preoccupa. La sinistra ha sottovalutato il problema e ora rincorre?
«La sicurezza non è di destra o di sinistra. È una questione di libertà. Un anziano che ha paura non chiede quale partito governa, chiede che il problema venga risolto».
Però su questo tema inseguite la destra.
«Distinguerei chi amministra e cerca soluzioni da chi usa la sicurezza come slogan elettorale. Alimentare la paura può portare voti, ma poi i problemi ricadono sui sindaci, di qualsiasi colore politico».
Il governo Meloni in tal senso ha dato una serie risposte con i “Decreti sicurezza”. Come sono stati tradotti sul locale?
«Mi chiedo a cosa servano tutti questi decreti. Se i problemi rimangono, significa che non bastano. La sicurezza richiede interventi concreti, non soltanto annunci».
Qual è allora la vostra ricetta?
«Investire nelle forze dell’ordine, certo. Ma anche nella prevenzione, nell’educazione, nel welfare e nell’inclusione. Ai giovani dobbiamo offrire prospettive. Governare i conflitti significa evitare che esplodano».
Veniamo alla prossime elezioni. State lavorando al programma e va bene. Ma intanto del candidato sindaco nemmeno l’ombra. Come mai?
«Mi sia consentita una battuta: non tocca certo alla stampa dettare i tempi della scelta del candidato sindaco. La coalizione, da tempo, ha condiviso un percorso e stiamo lavorando sul programma e sui temi futuri. Il nome del candidato sarà quindi una conseguenza di questo percorso condiviso. E, sono certo, l’uomo, o la donna, che guiderà la coalizione sarà colui (o colei) che saprà interpretare al meglio il lavoro che stiamo portando avanti. Diciamo che uscirà in maniera naturale poiché è la cornice politica che determinerà chi guiderà il centrosinistra e non le ambizioni personali».
Melina?
«Non serve. Abbiamo governato dieci anni senza crisi politiche…».
Ci scusi Molinari, solo per dovere di cronaca, si è dimenticato del caso Zanzi.
«Più che una crisi politica, credo si sia trattato di un problema caratteriale. Ripeto, non abbiamo avuto crisi politiche interne e siamo pronti a scegliere un candidato sul territorio. Non come il centrodestra che, ho sentito, se lo farà imporre dall’alto».
