BUSTO ARSIZIO – Del presunto piano per assassinare Fabio Ravasio sapevano anche i bambini. Letteralmente. E’ quanto è emerso nell’udienza di oggi, lunedì 12 maggio, davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Busto Arsizio dove si celebra il processo alla “mantide” e che vede quale principale imputata Adilma Pereira Carneiro, brasiliana, 49 anni, compagna di Ravasio, alla sbarra con altre sette persone.
Il baby testimone
Ravasio morì dopo essere stato travolto da un’auto a Parabiago il 9 agosto 2024. Secondo quanto ricostruito dal pubblico ministero Ciro Caramore, che ha coordinato le indagini dei carabinieri della compagnia di Legnano, la 49enne mascherò l’omicidio da incidente stradale con tanto di auto pirata. E oggi in aula è stato ascoltato anche un baby testimone, un bambino classe 2013, amico di uno dei figli minori di Pereira che nel luglio 2024 gli confidò di aver «Sentito Adilma e Massi (Massimo Ferretti, amante della donna, a sua volta a processo che ha ammesso le proprie responsabilità chiedendo per la seconda volta l’ammissione alla giustizia riparativa) che dicevano di voler fare del male a Fabio (Ravasio). Dicevano di dover cercare qualcuno che gli facesse male». Il bambino, così come testimoniato oggi, rivelò al padre della confidenza ricevuta solo dopo gli arresti per la morte di Ravasio: «Solo quando ho saputo ho collegato le parole» dell’amichetto.
I riti “neri” della Mantide
Il padre, sentito in aula, ha confermato la circostanza. Stessa cosa ha fatto la madre del ragazzino, amica di Adilma, sua “aiutante” che le aveva chiesto un rito contro l’ex marito dopo la separazione. La donna, non senza reticenza sottolineata da un fermo intervento del Pm «Signora io adesso la indago per falsa testimonianza», ha anche confermato la circostanza della volontà della “mantide” di causare un tumore al compagno per ereditarne i soldi.
Il piano fatto circolare al bar
Del malanimo della 49enne nei confronti della vittima e, a quanto pare, anche della volontà di ucciderlo con la complicità di Ferretti sapevano in molti. Al di là di Fabio Oliva, meccanico che sistemò l’auto riconducibile alla Pereira usata per investire Ravasio, che informato dell’utilizzo che si intendeva fare della macchina non ci credette e non reputò necessario informare i carabinieri, ad esempio, e di Fabio Lavezzo, fidanzato della figlia della “mantide” che coinvolto il 9 agosto nel piano omicida non fece la sua parte senza, a sua volta, avvisare nessuno delle intenzioni dei sodali, dal processo emerge un fatto sconcertante.
Nessuno ci ha creduto
In molti, che non sono coinvolti nell’accaduto, sapevano ma, a quanto pare, nessuno ha creduto a quanto sentito o ha pensato di informare Ravasio – che si sarebbe potuto così salvare – o le forze di polizia di quanto raccolto. Nell’udienza del 5 maggio è stato ascoltato un ex ultrà del Milan che ha spiegato come Ferretti, di cui aveva frequentato il bar, gli avesse chiesto di uccidere Ravasio o di trovare qualcuno disposto a farlo in ambienti ultras. L’omicidio doveva sembrare un incidente stradale e la ricompensa era di 10mila euro. L’uomo, ha rifiutato arrivando quasi a mettere le mani addosso a Ferretti, ma non ha detto niente a nessuno. Oggi sono state ascoltate altre due testi – compresa la moglie di Andrea Conti, vigile di Parabiago indagato per aver in qualche modo fiancheggiato la “mantide” – che hanno sentito Ferretti dire loro che bisognava trovare qualcuno per uccidere «quello là» mentre serviva loro il caffè al bar ma che, pensando a un’esagerazione, s’erano fatte una risata.
Eppure quando il 23 agosto gli otto a processo furono arrestati in molti hanno fatto l’elenco dei coinvolti ben prima che questi arrivassero sui giornali: era il gruppetto che aveva “occupato” il bar di Ferretti e il cui atteggiamento aveva spinto parecchi a cambiare locale.
