di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, siamo tutti preoccupati delle condizioni del SSN quanto a liste d’attesa, esami diagnostici e trattamenti dovuti. Forse non è inopportuno ricordare quanto ci riguarda l’agire del medico. Nella prefazione dell’Harrison, Principi di medicina interna (un libro! che è un riferimento molto importante per tutti i medici in questa epoca tecnologica) si legge che dal medico ci si aspetta attenzione e comprensione, poiché il paziente non è una semplice collezione di sintomi e organi lesi, ma un essere umano con paure e speranze, che cerca sollievo, aiuto e rassicurazione. Sembra tutto chiaro, limpido, evidente. Ma è davvero così?
Io credo di no. Credo che la rapida rivoluzione tecnologica della sanità abbia stravolto l’interpretazione stessa di fare “buona” medicina, di considerare il paziente una “persona” unica e irripetibile e di considerare il medico depositario di valori umani universali. In poche parole, viviamo in un’epoca in cui a fronte di un’ipertrofia dei mezzi si assiste ad una drammatica ipotrofia dei fini. Proprio la confusione fra mezzi e fini ha determinato una caduta etica dell’assistenza. Ricordo che il termine assistenza viene dal latino “ad sidere”, sedere vicino, stare accanto, aiutare, confortare con la propria competenza professionale ed anche, aggiungo, con il proprio patrimonio “umanistico”.
L’”ars medica”, che tendiamo a sottovalutare oggi, deve invece essere riconsiderata con grande attenzione perché la medicina si preoccupa della persona nel suo insieme non nelle singole sue parti e la relazione medico-paziente diventa il passaggio principale per fondare un’attività di cura che porti con sé non solo i necessari contenuti scientifici (la medicina basata sull’evidenza) ma anche gli indispensabili principi etici. Usiamo tutti comunemente il termine “cura”, ma ne conosciamo il vero significato? Per questo mi pare utile ricordarne il mito.
“La Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre era intenta a stabilire che cosa avesse fatto, intervenne Giove. La Cura lo pregò di infondere lo spirito a quello che aveva formato. Giove acconsentì volentieri. Ma quando la Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva formato, Giove glielo proibì esigendo che fosse imposto il proprio. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato formato fosse imposto il proprio nome, perché gli aveva dato una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò loro la seguente equa decisione: «Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possiederà la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)”.
In origine il termine ha due significati principali: “sollecitudine, interessamento premuroso” e “inquietudine, preoccupazione”, quindi riguarda la vita. Per questo preferisco usare il termine con l’iniziale maiuscola: Cura. Non sfugge che il termine “Cura” abbia la stessa radice di cuore. La medicina è giustamente concentrata sulla malattia. E non può essere altrimenti, ci mancherebbe. Il malato però non è il contenitore del sintomo E non è nemmeno il portatore di una terapia, il tracciato di un diagramma, l’oggetto di un’analisi. Nel suo fascicolo sanitario, ricordiamocelo sempre anche di fronte alle strabilianti conquiste della scienza, non compare il suo stato d’animo, né viene misurato il rispetto dei suoi diritti, della sua dignità di paziente e cittadino.
Anche il saluto è una proxy di salute. Salve, lo diciamo assai raramente ormai: ma è l’augurio di restare in salute, di restare sani. Meno anonimo di un «ciao» che sembra più amichevole e fraterno mentre il «salve» tiene a distanza l’altro. E nella parola latina “salus” non vi è soltanto la salute fisica, corporale ma anche e soprattutto quella psicologica, ovvero l’esistenza di una condizione «libera e sicura da ogni danno». Ecco che ritorna la sicurezza. Il saluto alla donna che si ama è elevato da Dante all’incontro con una figura celestiale dalla quale promana la grazia che può tramutarsi in salvezza. E allora i gesti della Cura possono essere i sentieri verso la salvezza. Il malato li può considerare una grazia insperata anche se la persona che lo assiste non ne coglie il significato più autentico. Ma la grazia (divina? scelga chi legge) avvolge anche il soccorritore, il buon samaritano, o semplicemente la persona che ha rispetto del dolore dell’altro e se ne assume idealmente una parte. È il cireneo lungo il Calvario, è Martino (il futuro vescovo di Tours) che dona metà del suo mantello al mendicante infreddolito, è qualunque uomo generoso di sé.
La parola Cura, ho già detto, contiene un po’ di cuore. La cura, per Socrate, non è mai tale se non si conosce bene se stessi, il proprio animo, quello che si è, quello nel quale ci riconosciamo. E se questa consapevolezza vi fosse anche negli anni che trascorriamo in salute, lo sguardo di cura, di accompagnamento, di condivisione nei confronti degli altri, renderebbe la società migliore. Ovvero, alla fine, aver cura degli altri significa anche aver cura di sé stessi, scoprirsi e migliorarsi.
Vi propongo alcuni versi tratti da una giustamente nota canzone di Franco Battiato intitolata appunto “La cura”:
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te
Vagavo per i campi del Tennessee
………..
Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te
Io sì, che avrò cura di te
Cari amici vicini e lontani, sono certo che condividete con me la parola Cura.
pellerin medicina cura – MALPENSA24
