di Gian Franco Bottini
Sono trascorsi i giorni necessari per consentirci di fissare i pensieri su un avvenimento che nei giorni scorsi ha letteralmente aggredito l’intera opinione pubblica , avendo noi la certezza di esserci sgravati dalle scorie di una influenza mediatica fuori dal normale,
“E’ morto il re, viva il re!”, una formula di difficile applicazione riferendosi a Berlusconi, scriveva il nostro Direttore qualche giorno fa. Inutile cercare un successore totale di un uomo così complesso; se però si pensa al solo aspetto politico l’osservazione attenta dello svolgimento delle esequie qualche spunto in proposito lo potrebbe aver suggerito. L’applauso inatteso, spontaneo e prolungato alla premier Meloni, da parte di quella stessa “gente” che per le vie di Milano e in piazza Duomo ha voluto salutare il suo illustre concittadino, potrebbe aver detto più di “qualcosa” a più di “qualcuno”. Così come la pressochè totale assenza di bandiere e di simboli politici pensiamo sia stato il segnale più spontaneo e più chiaro che la gente potesse significare ad un “uomo” per il quale la semplice definizione di “politico” sarebbe riduttiva ed inadeguata.
La stessa asciutta cerimonia ufficiale (con l’unico ed apprezzabilissimo intervento dell’Arcivescovo) ha evitato stucchevoli ed inopportune ”beatificazioni”, alle quali non è invece sfuggita l’area mediatica; soprattutto della Tv di stato (di nuova “proprietà”), con una invadente e controproducente copertura.
Ci pare onesto chiarire che chi scrive ha vissuto fin dal suo inizio la vicenda politica di Berlusconi, condividendo allora come ora i principi e i valori che con il suo partito, Forza Italia, voleva rappresentare e difendere. Oggi, ancor più di ieri, a Lui va la riconoscenza per aver a suo tempo dato ad una larga fascia di cittadini un riferimento politico di cui ancor oggi si sente l’esigenza, se all’alta percentuale di astensionismo, alla quale regolarmente assistiamo, vogliamo dare qualche significato.

Ma con il buon Silvio non sono state sempre rose e fiori e la sua straripante autostima, determinante per una rapida nascita ed ascesa di F.I., negli anni a seguire allontanò menti eccelse, soprattutto nel campo liberale, ed è stata anche questa una delle ragioni del graduale calo di consensi. Si capì molto presto che F.I. sarebbe stato un partito libero; talmente “libero” da adottare raramente e con fastidio le liturgie della democrazia congressuale. Un partito dove, anche perifericamente, hanno sempre abbondato i “commissari” nominati piuttosto che i segretari eletti, con l’unico intangibile riferimento nella figura del suo Presidente. Una logica che in pratica non prevedeva la continuità del partito basata su una seria crescita e selezione interna e che, alla fine, poteva solo suonare come “quando sarà, muoia Sansone con tutti i Filistei”. Le varie vicende che si sono succedute ci fanno pensare che nell’agenda del Cavaliere non ci sia mai stata l’ipotesi di un vero ”ricambio generazionale”. Ora che Sansone è morto si chiedono in molti se il “tempio” crollerà e che fine faranno i Filistei!
I suoi avversari, lo accusarono di essere un personaggio “divisivo”, un aggettivo senza significato in un sistema democratico nel quale, per definizione, le opinioni si confrontano liberamente anche su posizioni naturalmente contrapposte. Solo un sistema autoritario non prevede divisioni. Ma per cancellare definitivamente qualsiasi accusa di divisività basterebbe ricordare il ruolo politicamente “generoso” che Berlusconi, nell’interesse del Paese, seppe interpretare in momenti delicatissimi della nostra vita repubblicana. Il suo determinante sostegno ai “governi di unità nazionale” (Letta, Draghi) o all’indigeribile governo Conte/Salvini; in quest’ultimo caso per non creare un pericoloso vuoto di potere e per preservare l’integrità del centro-destra di fronte alle smanie del suo alleato leghista.
Ma come abbiamo già detto non sempre rose e fiori con il Cavaliere, soprattutto per la gestione “padronale” di un partito che , proprio per il largo consenso ottenuto, Lui avrebbe dovuto considerare un po’ meno “suo” e più del territorio e dei suoi elettori. Candidature paracadutate, spesso senza alcun comprensibile senso meritocratico (per non dire altro!), non hanno certo aiutato il partito a crescere nel tempo in organizzazione e consenso. E di questo e di alcune nefaste conseguenze la nostra provincia ne è testimone.
Ma Berlusconi è stato anche un uomo che sapeva sorridere e anche oggi, pensiamo, sorriderà pensando ai ”disoccupati” creati con la sua dipartita, nel campo dei giornalisti ( un esempio, Travaglio) o dei comici (un esempio, Crozza) che, lui ampiamente consenziente, sulla sua figura “han fatto fortuna” e difficilmente troveranno un sostituto all’altezza.
Un uomo come Berlusconi, proprio perché un “uomo”, va comunque valutato senza ipocrisia, nella complessità della sua vita pubblica e privata, con la bilancia che è nettamente a suo favore. Se la storia sarà onesta riserverà a lui, nei prossimi decenni, un posto di prima fila.
