Piazza Repubblica: la frusta su Varese

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di Massimo Lodi

Piazza Repubblica a Varese, un continuum storico. Gli episodi di malcostume, sozzeria, vandalismo, prepotenza e microcrimine durano da infiniti anni. Da quando governava a Palazzo Estense il centrodestra poi avvicendato dal centrosinistra. Da quando un luogo d’una certa tipologia urbanistica (e geografia umana) è divenuto un altro. Da quando il mercato tre volte la settimana -potenziale dissuasore delle violazioni di buonsenso/legge- non si svolgeva e adesso si tiene. Da quando mancava un piccolo edificio che fa da presidio municipale e ora eccolo lì. Da quando gli alberi le cui fronde proteggevano traffici proibiti erano numerosi e in seguito son stati ridotti. Da quando i controlli delle forze dell’ordine da meno frequenti si sono fatti più intensi. Da quando i protagonisti d’episodi negativi avevano in prevalenza documenti d’identità stranieri e nel presente ce l’hanno anche italiani. Eccetera.

L’episodio di qualche giorno fa –rissa tra aggressivi minorenni nella quale è rimasto coinvolto un gruppo d’adulti, si spera mossi da intenti pacificatori- rappresenta l’ultimo anello della catena.

Andando oltre la dinamica/il perimetro della triste vicenda, importa una riflessione generale ancora più triste. E cioè: alla base di quest’insieme di casi desolanti sta un deficit d’educazione incubato dalla provenienza dei protagonisti. Dalle loro storie personali. Dalle famiglie da cui arrivano. Famiglie talvolta sfortunate. Tal’altra no. Famiglie che per necessità o scelta disattendono la responsabilità d’insegnare a sé stesse, ovvero i padri/le madri ai figli, le regole di convivenza civile. Ignorandole né apprendendole a scuola (la scuola, ovunque e sempre, le insegna a quanti la frequentano?), i giovani finiscono per non avvertire l’obbligo d’appartenenza a una comunità sociale e, anziché arricchirla, l’impoveriscono.

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Massimo Lodi

La sconfitta e la ferita stan qui. Leggerezza, volgarità, arroganza si saldano in un mix che origina il peggio. Azzardiamo (1): rispetto zero verso la cosa pubblica non avendolo imparato nella casa privata. Deprimiamoci (2): si può prevenire/reprimere fin che si vuole, ma senza rimuovere l’ostacolo della mancata formazione fra le mura domestiche (ed eventualmente scolastiche), una vera soluzione non arriverà mai. Concludiamo (3): le colpe non sono sempre degli altri, sono spesso colpe proprie. Dell’individualismo da focolare, diciamo così. E delle sue ricadute: tizzoni d’incoscienza che bruciano le relazioni civili.

Lo scrittore americano Francis Scott Fiztgerald definì la sostanza della questione con una sintesi mirabile nel romanzo Tenera è la notte. Spiegò: “O si respira l’educazione in casa propria o il mondo la insegna con la frusta e ci si può far male”. Ecco, in piazza Repubblica a Varese (e altrove), il mondo ci sta dando molte, troppe frustate in ragione d’una deriva la cui origine lontana appare ben nota a chi non voglia infilare la testa sotto la sabbia dell’ipocrisia. Non accorgendosi, e dunque evitando lo sforzo di porvi riparo, come sia umiliante/distruttivo per l’intera città subire gli effetti d’un simile sfarinamento morale. Perché alla fine di questo si tratta.

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