MILANO – La protesta studentesca sulla questione israelo-palestinese a Milano compie un salto di qualità: il collettivo ‘Rebelot’ ha annunciato l’occupazione della sede di via Conservatorio dell’Università Statale di Milano, che ospita la facoltà di Scienze Politiche (Spes). Con un post sui social, gli attivisti hanno dichiarato l’avvio di una “mobilitazione permanente” contro quello che definiscono il “genocidio palestinese” e la presunta complicità delle istituzioni italiane. La mossa arriva in risposta, secondo gli occupanti, alla “via della repressione” scelta dal governo Meloni nei confronti di chi scende in piazza e nelle sedi accademiche. Gli studenti contestano apertamente l’esplicita vicinanza del governo allo “stato sionista di Israele” e denunciano una più ampia strategia di “riarmo totale” e repressione del dissenso interno.
Università nel mirino per gli accordi bellici
Il cuore della protesta, però, batte all’interno delle mura accademiche. Gli attivisti hanno puntato il dito contro l’apparato universitario stesso, considerandolo “strategico” nel contesto attuale. La critica non si limita alle facoltà scientifiche o agli accordi con le industrie belliche – di cui l’esempio di Leonardo viene citato come “lampante” – ma si estende a dipartimenti apparentemente più “lontani” dal conflitto.
Gli studenti hanno fatto sapere di aver scelto la sede di Scienze Politiche per la sua posizione, ritenendo che il suo ruolo non possa essere neutrale. L’azione serve, spiegano, a “rendere visibili e chiare le incongruenze” e a mettere in discussione la “presunta neutralità del sapere” prodotto dall’università. Invece di un sapere critico e trasparente, sostengono che l’istituzione promuova una conoscenza “figlia di interessi economici” e per questo hanno deciso di “bloccare tutto, bloccare l’università” per creare uno spazio di dibattito reale. La chiusura del post ribadisce la linea dura, esprimendo piena solidarietà con la resistenza palestinese e chiedendo la liberazione degli attivisti colpiti dalla repressione, incluse le attiviste della Flotilla. Il loro appello finale è per un “embargo popolare contro Israele”, riecheggiando lo slogan “Palestina libera dal fiume fino al mare”.
