Quali prospettive per l’Italia del ciclismo?

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Due indizi, non sono la prova che Lorenzo Mark Finn sia un campione seppure sono due le maglie di campione del mondo conquistate. Però significano che il ragazzo di madre ligure e papà inglese, 19 anni il prossimo 19 dicembre, ha doti fuori dal comune. In Italia prima di lui, in ambito giovani, la doppietta era riuscita a Giuseppe Palumbo (1992-1993) e Diego Ulissi (2006-2007). Però in entrambi i casi i due titoli vennero conquistati nella categoria juniores. Finn, invece, al titolo conquistato un anno fa  a Zurigo in questa categoria ha aggiunto ora la vittoria iridata nella categoria Under 23. Una doppietta così nella storia era riuscita solo allo sloveno Matej Mohoric nel 2012-2013. Mohoric che tra i professionisti è un ottimo corridore, capace di vincere anche una Milano-Sanremo, ma non un campione. Il suo rendimento tra i grandi è stato finora, alla soglia dei 31 anni, inferiore rispetto a quello che sembrava promettere. Del resto con i giovani ci vuole cautela, molta cautela. 

Resta il fatto che con Finn e Pellizzari, che di anni ne ha 21 e in questo 2025 è stato brillante protagonista a Giro e Vuelta, in Italia ci sono corridori di ottima prospettiva. E per un ciclismo italiano che molti hanno dato più volte per moribondo, due indizi cominciano ad avere un certo valore. Anche perché non bisogna dimenticare che comunque ci sono anche Ganna e Milan, ovvero un cronoman eccezionale detentore del “Record dell’ora” e un velocista che in breve potrebbe diventare il migliore al mondo, come dimostra la sua maglia verde al Tour de France. Poi ci sono la pista, che è a livelli super, e le donne che vanno forte. Certo, a livello economico il nostro ciclismo soffre e boccheggia. Come del resto tutta la nostra economia. Che azienda potrebbe mettere sul piatto una cinquantina di milioni all’anno per quattro anni per fare un buona squadra? E anche a livello inferiore in Italia non è più l’epoca delle fatture dei miracoli: 1×6, 1×7, 1×9. 

Domani, 28 settembe, nel Mondiale dei big, i prof, difficilmente saremo protagonisti a meno di un exploit davvero imprevedibile di Giulio Ciccone. La maglia iridata se la giocheranno altri: Pogacar, Evenepoel, Del Toro, Ayuso, Pidcock e Healy i favoriti. Se andrà male sarà il solito diluvio di critiche, ma bisogna essere onesti perché su un percorso veloce e non durissimo come quello di Kigali, Milan e Ganna, per esempio, si giocherebbero la vittoria. 

La questione UCI

Due indizi non fanno una prova ma fanno fortemente sospettare che all’Uci navigano a vista in una notte di forte nebbia. Pensare che imporre una misura minima del manubrio (dal nuovo anno 40 cm esterno/esterno) e nuove norme sui caschi possa ridurre la velocità del gruppo è pura utopia. Velocità che tra l’altro è un problema relativo, dipende dalla situazione. Il problema ora in gruppo c’è cattiveria e nessuno frena. Vietare manubri iperstretti può servire per migliorare la guidabilità, quindi la sicurezza, ma non per andare più piano. Stesso discorso sui caschi, magari quelli “stradali” potrebbero essere più sicuri di quelli aero usati nelle crono. Ma allora questi ultimi li devi vietare a prescindere. Vogliamo scommettere che l’anno prossimo, come ormai di consuetudine, sarà una pioggia di medie record? Magari, magari, grazie a dosi folli di zuccheri che migliorano sì la prestazione ma pare facciano anche correre i rischi di sviluppare il diabete tipo 2. 

Tre indizi, come scriveva Agatha Christie, fanno una prova. A Kigali, il francese David Lappartient è stato confermato per acclamazione (unico candidato) presidente dell’Uci per il terzo mandato consecutivo. Vuol dire che nel ciclismo mondiale tutto è perfetto. O forse no. Brutto segno essere candidato unico.

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