La politica non si fa con i se e con i ma, eppure, un pensiero a come sarebbe oggi la Lega con Bobo Maroni ancora in vita lo possiamo e, tutto sommato, lo dobbiamo fare. L’occasione sono i 70 anni che avrebbe compiuto il “ragazzo di Lozza” proprio alle idi di marzo, data fondamentale della storia di Roma che a noi, scriba in perenne affanno, rammentano un titolo di qualche annetto fa: “Maroni ‘licenzia’ Salvini”. Non esattamente una pugnalata, come Bruto a Giulio Cesare, ma qualcosa di simile in senso metaforico.
Sintesi, quel titolo, di una nota giornalistica che l’ex ministro dell’Interno pubblicava sul Foglio. Una rubrichetta tutta da leggere, “Barbari foglianti” in omaggio ai Barbari sognanti inventati proprio da Maroni per marcare un’idea, un percorso, appunto, un sogno. Con la Padania sempre in testa e il federalismo da conquistare, costi quel che costi. A Bobo non piaceva la deriva nazionale, tutta a destra, imposta da Matteo Salvini al partito. La riteneva una visione contro natura, contro i principi che sostenevano il Bossi pensiero delle origini, duro e puro ma con un’anima popolare radicata al Nord, soprattutto al Nord, dove la cosiddetta questione settentrionale rappresentava la vera ragione dell’azione politica leghista.
Posizione chiara, quella maroniana. Che mai, riteniamo, sarebbe sfociata in una scissione o in un abbandono per accasarsi chi sa dove: Bobo aveva un suo stile, riconosciuto unanimente e fissato, con convinzione, nella Lega. Era, per quanto abbiamo potuto conoscerlo, un politico corretto, propenso al dialogo, capace di acuta ironia e, quindi, intelligente. Uno che non si faceva facilmente lusingare o, peggio, irretire da principi che non gli appartenevano. Per esempio: la Lega ha sempre avuto una certa allergia ai fascisti e agli autocrati, che Salvini sembra invece abbracciare, dall’Afd tedesca in là, passando da Trump e Musk per approdare a Putin.
Domandiamocelo: come avrebbe reagito Bobo? E come reagiranno i soci fondatori che, proprio il 15 marzo, hanno lanciato il laboratorio di idee che si rifà a Maroni, hanno chiamato la nuova associazione “Il Bobo”. Vi aderiscono nomi illustri del leghismo varesino, due su tutti. Giancarlo Giorgetti e Attilio Fontana. Come intendono onorare colui che oggi rappresenta una sorta di loro nume tutelare: soltanto con incontri conviviali o, invece, riproponendo coi fatti le linee comportamentali proposte da Maroni?
Questo è il bello, alla luce delle critiche che piovono sul segretario federale da parte degli stessi capataz fino ai militanti più impegnati, dall’incombente Patto del Nord che, pure esterno al partito, fa sentire le sue pulsioni anti-salviniane, dal disagio di un ceto medio che volta le spalle al leghismo perché si sente tradito, per finire ai sondaggi che danno la Lega sotto al 7/8 per cento dei consensi. Insomma, che sarà di tutta questa roba che aleggia intorno, impensierisce gli ex Lumbard, minaccia un’implosione clamorosa?
Era il mese di settembre del 2022, dopo la batosta elettorale, Maroni scriveva: “Si parla di un congresso straordinario della Lega. Ci vuole. Io saprei chi eleggere nuovo segretario”. Parole che valgono molto più adesso di allora. Che cosa ci raccontano in proposito gli entusiasti soci del “Il Bobo”? Dove vogliono arrivare, se mai volessero arrivare da qualche parte, al di là della giusta riconoscenza affettiva, in un partito che ha bisogno di una nuova, affidabile identità. Nel nome di Roberto Maroni.
