Caro direttore,
leggo della scomparsa a 89 anni di Giampaolo Ormezzano, un’eccellenza del giornalismo, leggenda di Tuttosport, firma della Stampa e del Corriere di Torino, voce e immagine della Rai, testimone per decenni dei più grandi eventi sportivi. Mi capitò da ragazzino la ventura di conoscerlo, e ne diedi testimonianza nel libro La sciarpa verde, dedicato a mio papà Mario, per 24 anni direttore della Prealpina. C’è in quel racconto della Varese di fine anni Cinquanta-inizio anni Sessanta un passaggio che riguarda proprio Ormezzano. Te lo ripropongo, caso mai lo ritenessi curioso per i tuoi/nostri lettori.
m.l.
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di Massimo Lodi
Di Mario Lodi sono il figlio. Gli ho voluto molto bene, anche se spesso una naturale e indomabile avversione a esprimere i sentimenti mi ha impedito di farglielo sapere come avrei voluto che sapesse. Serbo di lui ricordi quasi mai dissociabili dalla sua professione. Se il pensiero corre a quand’io ero un bimbo e lui il mio papà, si posa su mani ben curate che scuotono la tastiera dell’Olivetti color canna di fucile, su una voce ritmica che racconta a un telefono nero e lucido storie di cose e di persone, su risvegli mattutini obbligati a silenzi conventuali dai suoi tardi rientri notturni, su una poltrona verde a fiori bianchi e rossi dentro la quale lui si accomodava a leggere i giornali e sopra la quale io m’arrampicavo per osservarne le fotografie.
Vestiva sempre elegante. Non perché scialasse nel comperare abiti, ma perché non scialava nel tenere anche esteriormente la lindura di cui era internamente ricco. Camicia bianca, cravatta e giacca, trench in primavera e d’autunno, paltò in tinta cammello o blu con martingala d’inverno: era stata la sua mamma, che faceva la sarta, a fidelizzarlo a questo composto tradizionalismo. E Mariuccia, la mia mamma, che l’aveva sposato nel settembre del ’47, ne aveva seguito con diligenza la lezione. Non faceva la sarta, ma sapeva tagliare i suoi comportamenti sulle misure di chi le stava di fronte. E tanto più di chi aveva al fianco: lei e papà sarebbero stati moglie e marito per quasi sessant’anni, morendo a pochi mesi dall’anniversario nel giro di ventiquattr’ore. Tutt’e due all’ospedale: prima lei in un reparto del pronto soccorso, poi lui in quello di cardiologia. Gli celebrarono i funerali come se fossero le nozze, quasi a dimostrazione che morire d’amore non sempre rappresenta un’immaginifica astrattezza. Qualche volta è la conseguenza d’un superiore gesto di pietà verso i sofferenti.
Al tempo in cui divenne direttore abitavamo vicino alla stazione delle Ferrovie dello Stato, al quarto piano di un palazzo imponente ch’era una sorta di paese: cinquantadue famiglie ospitate nell’edificio a “U” di via Piave al numero 3. Dalle finestre si vedevano i campanili delle chiese di San Vittore, di Biumo inferiore e di Giubiano. C’eravamo arrivati nel ’56, l’anno in cui cominciai le scuole elementari. Misi a memoria nomi d’inquilini che, al solo evocarli, mi riportano alle emozioni di quell’età della fanciullezza: i Buzzi e i Certo, i Garbosi e i Taurisano, i Colombo e i Pistone, i Casati e gli Scamoni, i Nissotti e gli Spartà, i Ghiggini e i De Cesare. M’intrigava soprattutto la figura di Carlo Buzzi, alto, i capelli pepe e sale, la sigaretta sempre all’angolo della bocca, un profilo cinematografico che lo faceva somigliare a Clark Gable. Titolare della pasticceria sotto casa, era solito riposarsi tra una cottura e l’altra dei dolci affacciandosi sul cortile. Ed era l’unico a non rimbrottare noi ragazzi che giocavamo a calcio e praticavamo altre balosserie dove non si doveva, e che d’estate talvolta gli tiravamo sciaguratamente il pallone dentro le finestre del laboratorio che sfornava salatini, paste, torte, panettoni e altro bendidio. Capitava anzi che di qualche leccornia ci concedesse assaggi abbondanti, in cambio dell’impegno a non farne cenno ai genitori. Un consiglio di prudenza necessario da parte sua: spesso accadde che fummo vittima d’indigestioni rimaste misteriose, perché quel patto d’onore ci vincolava a non rivelarne l’origine.
Papà lavorava per la “Prealpina” ed era corrispondente d’alcuni giornali nazionali. Capitava che ospitasse a casa qualche collega dopo partite di calcio o pallacanestro o corse ciclistiche mettendogli a disposizione tavolo, sedia e telefono per scrivere il pezzo -come diceva con linguaggio tecnico- e telefonarlo. Non ho scordato la formula che presiedeva alla dettatura dell’articolo agli stenografi. Veniva composto un numero della Stipel e si diceva: «Buonasera signorina, mi chiami per favore in partenza da Milano il giornale…». Seguiva il numero di telefono.
Una sera fu Giampaolo Ormezzano, allora inviato speciale di “Tuttosport”, a trovare ricovero da noi. Trasgredendo all’ordine di rimanere confinato nella mia camera, lo studiai a lungo scrutandolo dalla porta socchiusa: riempiva un foglio dopo l’altro a impressionante velocità, facendo sobbalzare la macchina per scrivere e sudando come se fosse sulla rena sotto il sole d’agosto. Con altrettanta foga afferrava il telefono, s’inquietava se la Stipel non lo metteva subito in comunicazione con il giornale e gridava l’articolo con le parole che piovevano nella cornetta al modo della grandine sui tetti. Poi si rimetteva alla tastiera e ricominciava daccapo a maltrattarla. Pensai, alla fine di quella serata da “dies irae”, che i grandi giornalisti erano come i temporali: vivevano di fulmini e tuoni. Ne ebbi paura. E non sbirciai più dalla porta.
