Dieci anni di reclusione chiesti dalla pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti per Filippo Gesualdi, già primo cittadino di Ferno. Cerreti lo ritiene responsabile di voto di scambio con i clan locali della ‘ndrangheta; Gesualdi proclama la sua innocenza e, attraverso l’avvocato Gianluca Franchi, chiede l’assoluzione. La sentenza del tribunale di Busto Arsizio è prevista a marzo. E’ l’ultimo, clamoroso episodio giudiziario di una vicenda che parte da lontano e che, tra Busto Arsizio, Legnano e la Malpensa, ha alimentato le cronache degli ultimi decenni, tra ammazzamenti, inchieste, arresti, processi. Ed è anche l’ultima notizia che per l’entità della pena richiesta a discapito dell’ex sindaco fernese provoca reazioni contrastanti, vieppiù di sorpresa e, diciamolo in chiaro, di incredulità. Gesualdi un mafioso, un politico nelle mani della cosca? Mah. Ai giudici l’onere di verificare la sostenibilità di accuse tanto pesanti e di una pena ipotizzata superiore persino alla condanna di Totò Cuffaro, che affiancò Cosa Nostra.
Vero è che la ‘ndrangheta ha spadroneggiato per lungo tempo in questi territori, mettendo radici in modo pervasivo soprattutto a Lonate Pozzolo. Altri esponenti delle istituzioni hanno dovuto rispondere ai sospetti di collusioni illecite. Diverse sono state le assoluzioni, in molti casi rimangono però le ombre. Effetti collaterali di una presenza ingombrante e inquietante. Ritornata d’attualità proprio in questi giorni con la trasmissione di Massimo Giletti “Lo stato della cose”, che ha offerto, meglio, ha riproposto il quadro delle illecite attività della mafia nel Basso Varesotto e nelle immediate vicinanze dell’Alto Milanese. Tutto già noto, ma che la Tv ha riportato in primo piano, con strascichi di polemiche e sdegnate reazioni per l’immagine deleteria che ne è derivata soprattutto per Busto Arsizio. Davvero una città mafiosa o, molto più facilmente, vittima di alcune famiglie ben identificate che agiscono secondo riti che di sicuro non appartengono all’identità, alla tradizione e alla storia del Varesotto?
Sempre in questi ultimi giorni, il gup del tribunale di Milano, Emanuele Mancini, ha condannato con rito abbreviato 62 imputati a pene fino a 16 anni di reclusione e ne ha mandato a processo altri 45, nel maxi procedimento a carico di 145 persone. Il tutto scaturito dall’inchiesta “Hydra” della Dda. Caso con al centro un presunto patto tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e Camorra in Lombardia. Si tratterebbe di una alleanza “a tre teste” con lo scopo di fare affari nella nostra regione, che avrebbe base anche in provincia di Varese. Aspetti che la trasmissione di Giletti ha cercato di confermare prendendo spunto proprio da nomi noti nell’ambiente malavitoso locale. Ne è venuto fuori un quadro di riferimento che, seppure originato da fatti e situazioni di alcuni anni fa, ha scosso l’opinione pubblica. Anche per aver tirato in ballo un ex assessore bustocco presente all’inauguazione di un bar gestito dai famigliari di persone indagate, senza che fosse a conoscenza del contesto. Insomma, un polverone.
Ma nessuno può sostenere che il problema del Basso Varesotto, per dirla con Benigni, sia il traffico e che, alla fine, la mafia non esista. E la politica, immacolata al cento per cento? Memorabile la dichiarazione di chi, indagato per una serie di reati, in un’altra trasmissione televisiva (Report), dichiarò: “Questi (i mafiosi, ndr) votano, e qualcuno deve andare a prenderli quei voti. Si vince anche per un voto”. Ancora più esplicito in Tv un altro ex sindaco: “Ritengo che siano pochi i Comuni che non abbiano questo tipo di influenze”. Dite voi se si può stare tranquilli.
