MILANO – «Tutta la mia personale solidarietà all’agente della squadra investigativa del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio volontario reato che mi permetto di enunciare in tutta la sua semplice ma preoccupante stesura letterale “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”».E’ frontale e diretta la presa di posizione del segretario provinciale del Siulp Varese Paolo Macchi dopo che un agente di Polizia ha sparato contro un 28enne che impugnava una pistola, puntandola contro i poliziotti, a Rogoredo in una zona da anni nota e “attenzionata” perché infestata da gruppi di spacciatori. Un’area considerata ad altissimo rischio.
Rogoredo pericolosa terra di nessuno
«Noi non siamo “chiunque” e non abbiamo scelto di togliere la vita ad un uomo bensì di difendere la nostra e la vostra incolumità da gente che vive spacciando morte e con un’arma in tasca, non importa se a salve, davvero non importa – prosegue Macchi – É senz’altro vero che scegliere di svolgere questo lavoro comporti la necessaria convivenza con il rischio, con il pericolo, con le insidie nascoste dietro ogni angolo. Alcune attività, in particolare, sono certamente più pericolose di altre. Ma che un’intera zona del nostro Paese sia lasciata nelle mani della criminalità, al punto da divenire un enorme supermarket a cielo aperto dove potersi rifornire di qualsiasi tipologia di droga, é sintomo di fallimento di uno Stato troppe volte disattento».
Basta difendere i criminali
«Che interi quartieri diventino terra di nessuno, dove le forze di polizia devono avere paura di svolgere il loro quotidiano compito é a tratti assurdo e vergognoso – prosegue Macchi – E ancor più vergognoso é chi si ostina a difendere quei criminali che, in contesti di scontro, perdono la vita. All’interno di un bosco, di sera, se un poliziotto intima l’alt, identificandosi come è prassi che avvenga, e si ritrova un tizio che non solo non si ferma ma gli punta addirittura un pistola contro, cosa dovrebbe fare? Farlo avvicinare, non intervenire prima di essersi accertato se la pistola sia vera o finta (sperando, poi, nel primo caso, di non farsi sparare addosso), magari sedersi insieme e farsi raccontare come mai quel gentil signore sia dentro un bosco a spacciare droga?»
Stanchi degli slogan
«E, direi, scusarsi pure per l’irruzione senza permesso della polizia? Siamo alla follia pura. Costantemente bersagliati da ogni fronte, perché se interveniamo, sbagliamo i modi, e se non interveniamo la polizia “quando hai bisogno non c’è mai”. Siamo stanchi degli slogan. Non ce ne facciamo niente delle pacche sulle spalle e della vicinanza solo a parole!!!», continua Macchi di fatto raccogliendo un sentimento sempre più diffuso tra le forze di polizia.
Chiediamo di non essere lasciati soli
«Chiediamo unicamente di non essere lasciati soli mentre svolgiamo con dedizione e fatica il nostro lavoro. Che a volte sembra più una guerra che un bell’ideale di legalità. Cerco di riporre ancora fiducia nei confronti delle indagini che verranno svolte per accertare la dinamica dei fatti. Ma riflettiamo su questi aspetti. Perché, intanto, un ragazzo in servizio in un’operazione antidroga, che in quel momento rappresentava lo Stato, si trova oggi indagato per aver fatto ciò che tutti noi faremmo in una condizione del genere. Essersi difeso. E non importa dove abbia attinto il delinquente se in testa o nel petto perché non può essere rilevante questo aspetto, a meno che non si stia parlando di un colpo alla schiena».
Chi distingue il vero dal falso?

«Ad ogni buon fine mi preme allegare la foto di una beretta giocattolo e sfido chiunque a vedersela puntare di notte da uno spacciatore in una zona boschiva e distinguerne le differenze da una reale», conclude Macchi.
