Salvini e la Lega, sbarco nella delusione

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Matteo Salvini

di Massimo Lodi

Salvini, senza volerlo, è ritornato il leader della Lega Nord. Altro che ambizioni nazionali, marcia trionfale nel Centro-Sud, conquista d’una rilevante quota del favore conservatore/radicale. Aveva i governatori di Sardegna e Umbria, addio. Contava su percentuali oltre il 30 per cento, è sceso fra il 7 e l’8. Stava un pezzo davanti a Fratelli d’Italia, roba da paleolitico 2018-19: rapporto rovesciato. Sottomesso alla Meloni, giudicava rassicurante piazzarsi davanti a Forza Italia: macché. Lo sbiadito Tajani, ritenuto avversario da nulla, gli ha eroso consenso qui e là. Infine il vessillo del trumpismo, agitato con veemenza in anticipo su eventuali concorrenti sovranisti, non sventola come nei desiderata. Il Carroccio, anziché avanzare, indietreggia: da otto consiglieri a uno in Umbria, da quattordici a uno in Emilia Romagna. Ora che si fa?

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Massimo Lodi

Da Rio de Janeiro la Meloni minimizza: elezioni amministrative, nulla cambia a Roma. Invece qualcosa, e più di qualcosa, cambierà presto nel rapporto coi sodali di centrodestra. A parte l’eventuale redistribuzione d’incarichi in un possibile rimpasto di governo a inizio 2025, il match irrinunciabile la premier intende giocarlo alle regionali dell’anno venturo. Specialmente in una: quella del Veneto. Lì il doge Zaia non potrà ripresentarsi (niet al terzo mandato). Lì Forza Italia ha già collocato una mina, candidando d’astuzia l’ex camicia verde Tosi. Lì Salvini capisce che trattasi d’una specie di ridotta per il partito da lui personalizzato: o impone un nome ai partner o ne risulterà sminuito for ever. E d’altronde il ragionamento di Giorgia non fa una grinza: come può pensare di reinsediarsi al comando del Veneto (e della Lombardia, quando verrà il suo turno, e della cittadona di Milano, ahi ahi) chi ha subìto pesanti sconfitte europee/regionali, valendo oggi una percentuale da Cinquestelle degrillizzati, nonostante l’arruolamento del parà in aspettativa, generale Vannacci?

Al segretario non resta che trincerarsi sulla difensiva. Il problema è nella dialettica con Meloni e Tajani, ma non solo. È nella dialettica all’interno della Lega. Prima il Capitano veniva contestato dal nostalgismo reducista, con l’accusa d’aver snaturato il movimento politico che rappresentava una sorta di sindacato territoriale padano: istituito da un vigoroso Bossi, proseguito da un prudente Maroni. Ora viene contestato dalla post-generazione d’amministratori locali, delusi da tanto spreco di realismo. Il terreno naturale di dibattito è il congresso nazional/federale, di cui però non esiste indicazione su quando s’effettuerà. Nell’attesa, a Salvini conviene spegnere fuochi polemici alle assise periferiche, e infatti non pare intenzionato a disturbare l’elezione di Massimiliano Romeo in quelle lombarde, fissate il 15 dicembre. Per comprendere l’aria che tira: Romeo, capogruppo al Senato, è un militante affatto tenero verso il capo. Il quale ha una ragione ulteriore/pratica a sostegno del suo muoversi in clima di appeasement: la sentenza in arrivo da Palermo, entro la fine dell’anno, sul caso Open Arms. Il partito dovrà presentarsi unito al verdetto. Da salvinizzarsi a salvarsi: lo sbarco pragmatico in terra incognita.

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