Salvini, Meloni e lo scambio d’autonomie

salvini meloni autonomie
Matteo Salvini e Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Cosa non si fa per la propaganda, alla vigilia delle regionali (Veneto, Campania, Puglia al voto domenica 23 e lunedì 24). Bocciata dalla Corte Costituzionale, l’autonomia differenziata vien promossa a suon di pre-intese, ovvero di propositi siglati dal ministro Calderoli e da alcuni governatori. Oggi, martedì 18, ha firmato Zaia, domani toccherà a Fontana, poi a Cirio e Bucci. Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria: la linea dello scontento settentrionale. Pre-intese ovvero: Roma s’impegna a delegare alle periferie la legislazione in alcuni settori, sanità-protezione civile-professioni-previdenza complementare/integrativa.

L’iter ancora da compiere è lungo. Decisiva la benedizione parlamentare, senza contare il possibile reintervento della Consulta, in presenza di qualche ricorso. Che di sicuro ci sarà. Dunque il passaggio a post-intese, cioè a definitivi contratti istituzionali, s’annuncia lontano nel tempo. E invece la nuova chiamata alle urne è vicinissima. Meloni dà il contentino a Salvini, Salvini lo dà al Nord, il Nord dei Palazzi lo dà a un popolo deluso da sconfinamenti strategici del leader leghista verso orizzonti lontani, il Ponte sullo Stretto per capirci.

Ma era necessaria questa trovata per acquisire favore nel Veneto, dove la destra stravincerà? Non lo era. Tuttavia, banale ragionamento, meglio aggiungere che no. Abbondandis in abbondandum. E del resto a sinistra si sono usate in passato armi simili, pertanto nessuno ha da scandalizzarsi. Semmai stupisce la pervicacia con cui si sottovaluta il grado di realismo dei cittadini, capaci di cogliere, oltre che la sostanza friabile d’un argomento come questo, la tempistica dell’interventismo politico. Nelle location del potere -di legislatura in legislatura e chiunque comandi- si chiacchiera a lungo combinando poco, salvo sventolare bandierine/bandieroni al momento della convocazione ai seggi, nella speranza che lo sventolìo sia d’un irresistibile fascino.

Curiosità vuole che la memoria corra a un’altra firma di pre-intesa. Era il 2018, primo governo Conte, e proprio col Veneto l’esecutivo centrale strinse un patto che assicurava la cessione di maggiore sovranità locale, peraltro richiesta a gran voce da un referendum svoltosi sui territori dell’ex Serenissima. Fu il primo passo di successive falcate che mancarono. Il negoziato restò al palo, tanto che la materia divenne in anni successivi oggetto di ridiscussione-total: da capo. E quando si arrivò a concludere la stesura di nuove regole, la Corte costituzionale eccepì su gran parte di esse, sostanzialmente perché malscritte.

Ora il guizzo in zona Cesarini, a ridosso del reinsediamento d’un doge, Alberto Stefani, scontato successore di Zaia. Un semplice regalo, diciamo un calcolato omaggio, di Meloni a Salvini, nel momento in cui Salvini, sia a proposito di manovra economica sia di conflitto ucraino, interpreta il ruolo di alleato-disallineato. Meglio rabbonirlo, concedendogli un passepartout, sia pure transitorio, in tema d’autonomia regionale così da non conferire all’Italia un’immagine d’autonomia internazionale e finanziaria che la marginalizzerebbe. Si chiama realpolitik. O qualcosa di diverso?

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