di Massimo Lodi
Atreju, la festa di Fratelli d’Italia che s’inizia il 6 dicembre, ha già “finito” la sinistra. Nel senso che l’ha spezzata: Schlein da una parte, Conte dall’altra, centristi e radicali in ordine sparso. E il mondo sindacale? Cgil sulla barricata a protestare, Cisl e Uil giù dalla barricata a collaborare. Lì, al gran raduno romano, confluiranno mondi diversi -politica, cultura, scienza, sport eccetera- dandogli l’etichetta di luogo para/istituzionale dove discutere di tutto, quasi che fossero gli stati generali d’un auspicato rinnovamento italiano. Ergo: occasionissima perduta dai progressisti per fare squadra.
Risultato ancor prima di schierarsi, destra-sinistra 1-0. Note banali a margine: capacità della destra, insipienza della sinistra. Meloni gioca bene il match, ma l’assist-gol glielo regala Schlein, avanzando la sua candidatura a un dibattito vis-à-vis: solo loro due, le donne-leader. Nel nome di bipolarismo, e magari bipartitismo. Il contropiede di Giorgia inguaia Elly: esteso l’invito a Conte, felice d’accoglierlo alla faccia della solidarietà di coalizione, subito la premier riceve il diniego della collega/avversaria al débat a trois. Potendo concludere che i suoi rivali non hanno un capo, e si decidano a sceglierlo: diventerà più facile discutervi, in futuro.
Irridente ceffone, che la sinistra poteva/doveva evitare dopo il pareggio nelle elezioni regionali e, anzi, dopo la raccolta d’un malloppo complessivo di voti superiore a quello della destra. Purtroppo per lei, ma anche per il campo testardamente largo, Schlein ha pensato che l’occasione fosse propizia a legittimarsi quale naturale pretendente alla candidatura-Chigi nel ’27, prossime elezioni politiche. In tal modo risolvendo la querelle che da tempo la oppone a Conte, presidente d’un partito, i Cinquestelle, certo inferiore di consistenza rispetto al Pd e tuttavia legittimato ad aspirare al ruolo. Come si ritenne Craxi al tempo del Psi, mini-partner della maxi-Dc dei Forlani, Andreotti, De Mita.
Rimasta col cerino in mano, la segretaria Dem ha virato su un’assemblea nazionale da tenersi il giorno conclusivo, domenica 14, della kermesse meloniana. Così da inscenare a distanza il confronto io-te/tu-me negatole sul palco tricolore di FdI. Quale sarà l’efficacia della toppa: migliore o peggiore del buco? Mah. Di sicuro l’accidente conferma la fragilità strategico-operativa della sinistra al cospetto del disinvolto pragmatismo della destra. Una debolezza che s’allarga al mondo della rappresentatività sindacale, in cui Landini è rimasto isolato da Fumarola e Bombardieri, e chissà se ancora persuaso d’essere l’interprete-top d’un certo mondo del lavoro anziché la voce sempre meno ascoltata, levandosene di miglior intonazione sui problemi reali e la maniera d’affrontarli.
Schlein all’Auditorium Antonianum necessita d’un sostanziale, vero, convinto rinnovo di mandato dai delegati Pd. Qualora tra molte obiezioni non si manifestasse, dovrà puntare al congresso in tempi brevi, imponendo sostegno unitario all’agognato insediamento a Chigi. Che intanto, dai giardini di Castel Sant’Angelo, la sua avversaria rivendicherà in edizione-bis a suon di consensi allargati/trasversali, sotto lo sguardo (stranito o compiaciuto?) d’un pezzo della sinistra. Ormai così ignara su quale identità attribuirsi -questa o quella- da poter essere indicata come un Er treju, una terza, indecifrabile cosa.
