Skoda Titan Desert, 4° tappa. Nell’inferno del Sahara tra incidenti, sabbia e fatica

ciclismo skoda titan desert

di Claudio Ghisalberti

TAFROUKHT (Marocco) – Una fatica immane e un caldo bestiale. Sabbia e pietre. Vento contro e cadute, paura e sangue. Tutto quello che poteva succedere è successo. Una tappa infernale. La quarta giornata della Skoda Titan Desert, prima delle due frazioni della Maraton,  è davvero qualcosa al di fuori dell’ordinario. In uno sport già duro come il ciclismo qui si aggiungono mille altre varianti che lo rendono sofferenza pura ed estrema. Ciclomasochismo. 

Per riassumere, seguiamo il filo cronologico. Partenza alle 8, quando sulla sabbia del Sahara marocchino si potrebbero già cuocere le uova. Al traguardo, è la regola della Maraton, i corridori nel bivacco di Tafroukht non troveranno praticamente nulla. Solo tende berbere aperte, con una stoffa come cielo e un tappeto come materasso, una salvietta, una maglietta, il sapone e un po’ di viveri. Tutto il resto, se serve, se lo devono portare in sella. Come se quello che già li aspetta non sia sufficiente.  Non potranno contare su assistenza meccanica, tecnica e fisioterapica. Autosufficienza, dicono. Così quelli forti, i big della classifica, partono leggeri, con il minimo indispensabile, l’obbligatorio cioè la sacca dell’acqua di almeno tre litri, la coperta termica e il transponder con i due tasti per lanciare un Sos, medico e meccanico. Dietro i gregari, o meglio gli sherpa, carichi come muli. Bestie da fatica.

Trecento metri dopo il via un groviglio di biciclette. A terra, privo di sensi, un ragazzo spagnolo, pare. Il respiro è un leggero afflato, gli occhi chiusi, immobile sul lato destro. Gli altri biker urlano: “Medico! Medico!”. Una ragazza caritatevole gli tiene la mano destra. Gesti di disperazione, panico generale. Arriva il pick up con il dottore che allontana tutti. Qualche ora dopo dall’organizzazione fanno sapere che il ferito, Jaime, è fuori pericolo, ricoverato in una clinica di El Errachidia. 

Neanche il tempo di digerire lo spavento che per terra, sulla destra della pista, c’è una coperta termica aperta sotto la quale spunta una testa. Un fuoristrada è fermo a un paio di metri. Un uomo si guarda attorno sperando che la nostra sia l’auto del medico. Quello a terra, in preda a forti dolori, sembra di conoscerlo. Inizia un dialogo surreale. “Ma tu ti chiami Sylvain?”. “Si”. “Ma sei Chavanel? Ci conosciamo, ci siamo visti tante volte quando correvi”. Disteso sul lato sinistro, prova a sollevare la testa. “Si, sono io. Aiutami per favore, sono caduto e mi si è girato il ginocchio. Portami in ospedale, ho tanto male. Aiutami!“. “Tranquillo Sylvain, non posso fare nulla ma il medico sta arrivando”. Poi il francese riesce persino a fare una battuta: “Sono stato professionista per 18 anni e non mi sono mai fatto così male (ha anche il record di partecipazioni al Tour, 18,  con tre tappe vinte, ndr). Sono alla mia settima Titan… E pensare che oggi in Francia si festeggia San Sylvain…”.  Che bel corridore e che brava persona Chavanel. 

La corsa prosegue, il caldo è asfissiante. Tra quello che resta della bassa vegetazione, cespuglietti spinosi ormai bruniti dal sole, spuntano sassi piatti che danno l’impressione di essere pozzanghere. Attraversiamo qualche minuscolo villaggio e non capisci come lì possa esserci vita. I bambini sorridono e salutano, una donna con il niqab osserva silenziosa. 

La strada che porta al secondo punto di approvvigionamento idrico sembra un terribile scherzo. E’ una brevissima salita, ripidissima e quasi impraticabile, nel mezzo di un’enorme pianura. Una coltellata nei muscoli. In tanti scendono e spingono. Ormai più che ciclisti sembrano anime dannate. In cima, stravolti, si tuffano sulle bottiglie come cammelli in una pozza di un’oasi. Una ragazza si accuccia tra decine di gambe sudate e lì fa i suoi bisogni. Come niente fosse, ogni pudore  cancellato. Poi la discesa tra sassi che affiorano dalla sabbia fine come il borotalco. 

Ci lanciamo anche noi, ma dopo neanche un minuto un altro stop. Auto dell’organizzazione in panne sprofondata nella sabbia. Del resto ci vuole una bella testa avventurarsi in questo immenso mare di terra con un’auto elettrica e cambio automatico. La loro fortuna è Fabian, la nostra guida. In un attimo dalla “Pelu”, un Toyota Land Cruiser super attrezzato (anche di cibo e bevande), esce una robusta corda di traino. Qualche tentativo, qualche imprecazione, e la salita è risolta. Via di nuovo, recuperiamo gruppetti dove qualcuno riesce a stare agganciato più che con la forza con la paura di restare solo, ma la rincorsa dei primi è vana. Arriviamo al traguardo quando Luis Leon Sanchez sta festeggiando la rivincita alla sfortuna del giorno prima. Andrey Amador alle sue spalle consolida il primato. Lo stesso Pili Fernandez tra le donne. In serata una bella notizia arriva via whatsapp da Mario Chiesa, bravissimo diesse, ora ai margini del grande ciclismo. È la foto di Chavanel che sorride dall’ospedale, anche lui a El Errachidia. Dovrebbe trattarsi “solo” di rottura del crociato. 

Nell’accampamento la notte sarà durissima. Gireranno fantasmi sofferenti, afflitti. E domani è in programma la seconda razione della tappa Maraton. Gli esperti della corsa dicono che queste giornate siano “Titan allo stato puro”.

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