Somma, omicidio Faraci: “Non ho ucciso mio marito”

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SOMMA LOMBARDO – «Non ho ucciso mio marito Antonio. Abbiamo diviso una vita insieme, non ho mai nemmeno immaginato di potergli fare del male». Melina Aita, accusa di essere la mandante dell’omicidio del marito Antonio Faraci, ucciso nell’estate del 2014 nella villetta di Somma Lombardo dove la coppia viveva, in aula oggi, martedì 16 ottobre, ha ribadito la propria innocenza. «Lo ripete – spiega il difensore Pierpaolo Cassarà – dal giorno in cui sono state formalizzate le accuse a suo carico.  Ha sempre ribadito la sua innocenza e lo ha fatto anche oggi in aula».

Accusata di essere la mandante dell’omicidio

Per l’accusa fu Aita, che avrebbe avuto una lunga relazione con il datore di lavoro, ad assoldare i due tunisini Bechir Baghouli e Slaeddine Ben Mida, considerati gli autori materiali dell’omicidio e che oggi sono entrambi latitanti, organizzando la finta rapina fatale al consorte per liberarsi di un marito del quale niente più voleva sapere. «Il quadro presentato dalla mia assistita – spiega Cassarà –è completamente diverso. Gli unici contatti che ebbe con uno dei due ragazzi accusati di esserle stati complici, fu dettato dalla pietà. E dal buon cuore». Bechir, in particolare, avrebbe lamentato in più occasioni di avere problemi economici. «Era stato ridotto alla fame – non minimizza Cassarà – la mia assistita si è limitata a dargli qualcosa per poter mangiare. E’ stata donna di carità. Nulla di più».

«Lo amavo e era la mia vita»

Dal quadro accusatori, però, emergono parecchie incongruenze. Alle quali Aita ha replicato sempre dicendo «non ho ucciso mio marito. Lo amavo». Per Cassarà «ha ribattuto con la verità».

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