VARESE – Spaccio, estorsioni, minacce, lesioni. Reati che sarebbero stati commessi per rivendicare il controllo del territorio, vantando legami con la criminalità organizzata campana e calabrese, allo scopo di convincere le vittime a saldare i propri debiti di denaro, e spingere dipendenti comunali a velocizzare alcune pratiche edilizie.
L’inchiesta della Dda
I fatti, avvenuti tra Valmarchirolo, Valcuvia e lago Maggiore, quasi dieci anni fa, sono quelli confluiti nella cosiddetta inchiesta Nerone, condotta dalla Dda di Milano e ora al centro di un processo in corso in tribunale a Varese.
«Aggravante da escludere»
Sedici gli imputati, che per la difesa non agirono ricorrendo al metodo mafioso, contestato come aggravante. Una tesi portata all’attenzione del collegio dall’avvocato Corrado Viazzo, che nella fase che precede l’apertura del dibattimento ha chiesto ai giudici di escludere l’aggravante per tutti i reati contestati. A cominciare dalle accuse di spaccio: «Episodi uguali a mille altri che si sono verificati sul nostro territorio», ha precisato il legale, escludendo possibili legami familiari tra gli uomini a processo ed esponenti di spicco delle cosche che nel recente passato hanno esteso i loro tentacoli al nord della provincia di Varese.
La decisione dei giudici
Questioni tecniche, che per il pubblico ministero potranno essere affrontate alla chiusura del dibattimento, cioè dopo aver sentito i testimoni per ricostruire i fatti. E non nel momento che precede l’apertura della stessa fase processuale. La decisione del collegio arriverà a marzo.
