BUSTO ARSIZIO – «Il funerale a Pontida? Un’ottima scelta. Simbolica». Francesco Enrico Speroni è sempre stato tra gli esponenti leghisti più vicini a Umberto Bossi, il fondatore della Lega scomparso ieri, 19 marzo, all’età di 84 anni. Speroni è stato ministro, senatore, europarlamentare, tra i principali incarichi di una lunga carriera da quarant’anni sempre in Lega. Proprio come Bossi. «Solo domenica eravamo a Varese a ricordare Maroni e nessuno sapeva niente delle sue condizioni – rivela Speroni – quando ho saputo della sua morte ho vissuto un immenso dispiacere. Umberto ha cambiato la mia vita ma ha cambiato anche molto della politica italiana».
Quarant’anni di politica
«L’ho conosciuto esattamente quarant’anni fa, nel 1986 – racconta Francesco Speroni – alla prima riunione della Lega a cui partecipai, a Varese, chiese il mio parere su una questione su cui dovevano prendere una decisione. A me, che non ero nessuno e non mi aveva mai visto. Una forma estrema di democrazia. Perché Bossi era così: ascoltava sempre tutti prima di decidere».
E se gli si chiede di definire Bossi in una parola, Speroni non ci pensa troppo: «Un grande. In tutto. Un grande della politica ma anche un grande amico e un grande uomo. Una persona corretta, onesta, disinteressata». Su questo aspetto l’amico Speroni ci tiene a sottolineare che a Bossi «non interessavano i soldi e il potere, se non come strumento per realizzare quell’idea di federalismo che era alla base del suo impegno politico. Infatti è uscito pulito da tutte le vicende sui fondi che riguardavano Belsito, per intenderci».
I ricordi
Sono tantissimi gli aneddoti su Bossi che Speroni ha elencato nel libro “Il volo padano” di Marco Linari sui quarant’anni di storia della Lega, ma ce n’è uno molto curioso che gli è venuto in mente in queste ore: «Erano i primi anni ’90 ed eravamo nella sala Aldo Moro di Saronno per uno dei tanti incontri pubblici – racconta Speroni – mi si avvicina e mi fa una domanda retorica, “Devo dire una cosa, posso dirla?”, come se si potesse dire di no a Bossi. E allora salta su e dice davanti a tutti: “Vinceremo perché ce l’abbiamo duro“. Era nato il celodurismo».
E se Bossi «cambiò il modo di fare politica, spezzando certi schemi un po’ paludati con la sua naturalezza», il lascito politico più concreto di Bossi è «quel desiderio di autonomia e autodeterminazione che sta andando avanti piano piano», sostiene Speroni. Probabilmente più piano rispetto alle aspettative: «Il sogno è ancora lontano, ma ora bisogna vedere quel che riesce a fare Calderoli, però il federalismo è un seme che sta crescendo, una pianticella ancora esile che però spero dia frutti». E rispetto alla politica cosa lascia? «Oggi la politica è cambiata, si è fatta più aggressiva, un po’ anche lui lo era». Ma la differenza è che allora Bossi era l’eccezione: «È vero. Era uno venuto dal popolo che ha speso la vita per un ideale, la valorizzazione dei territori».
Il futuro
A Silvio Berlusconi hanno intitolato un aeroporto, e a Bossi? «Come aeroporto era rimasto giusto Malpensa… – risponde secco Speroni – almeno qualche strada, anche se ne sono rimaste poche da intitolare, o qualche parco».
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