Tirare a campare. O no?

governo elezioni anticipate
Per il governo di Giorgia Meloni meglio le elezioni anticipate che tirare a campare?

di Massimo Lodi

Tirare a campare. Siamo a questo, nel palazzo del Governo. Più andreottiano che mai. Incidenti, svarioni, figuracce. Ultimi episodi della serie: lo sbaglio nei conti economici, che ci costa la mancata uscita dalla procedura europea d’infrazione. Ne pagheremo pratiche/dolorose conseguenze. Poi il duplice decreto sicurezza, il secondo necessario a correggere il primo, col presidente della Repubblica obbligato a impugnare la matita blu. Poi ancora, la grazia concessa dal presidente medesimo a Nicole Minetti, fidandosi d’una documentazione poi rivelatasi passibile d’inattendibilità. Gliel’ha girata -eseguiti i suoi accertamenti- il ministro della Giustizia, quello che ha perso il referendum, avrebbe dovuto andarsene e sta lì ancora. Inoltre, sempre sull’onda del poi: il flop della politica culturale, simboleggiato dal siluramento della maestra Venezi dalla Fenice, simbolo del marchio Italia che vale. Venezi osteggiata fin dall’assegnazione dell’incarico perché non ritenutane all’altezza. E travolta da un crescendo di polemiche.

Ci sarebbe/c’è altro. Ma non è il caso d’annoiare. Andiamo al punto: la destra ha fallito nella connessione materiale col Paese, dopo averlo tirato dalla sua parte tramite una connessione sentimentale. Narrava il manifesto propagandistico: cari italiani, vi han tolto questo, costretto a questo, penalizzato con questo, non gratificato di questo, deluso, punito, vessato in questo. Eccetera. Noi vi riscatteremo, risaneremo, rilanceremo. Vi faremo essere italiani in un diverso modo: cari davvero. Cari a noi, cari a voi stessi. Sarà una magnifica avventura che vivremo insieme e gioiosamente.

Non è andata così. Non sta andando così. E siccome non andrà così nei mesi a venire, forse bisognerebbe/bisogna tirarne l’ovvia conclusione. Narra il nuovo, sottaciuto manifesto propagandistico, e realistico idem: meglio che noi qui, nel palazzo del Governo, non ci facciamo logorare, col rischio di dovervi sottoporre tra un anno e mezzo un bilancio ancor più rovinoso dell’attuale. Ben venga allora un peggio che peggio è solo all’apparenza: le elezioni anticipate. A pro di rimescolamenti (anche rese dei conti) che molti considerano preferibili a urne aperte e chiuse, piuttosto che da aprire e chiudere. Traducendo: se pareggio sostanziale tra destra e sinistra c’è nel Paese, scopriamolo in fretta. E se bisogna farsene una ragione affidando le sorti nazionali a un esecutivo parzialmente trasversale rispetto agli equilibri odierni, facciamocela subito. Fatevela subito, cari italiani. Senza meravigliarvi (ipotesi fantasiosa, ma chissà) d’un Pd che s’intendesse con Forza Italia, e della Lega che fosse disponibile ad accodarsi all’Intesa, e dei centristi che risultassero capaci d’esser piccola e decisiva massa così da costringere FdI e M5S a scegliere: o sì all’emergenza patriottica o no all’esecutivo di tutti/quasi tutti, e ciao potere. Criticità, urgenza, allarme son capaci di sovvertire ogni logica e previsione. Purché criticità, urgenza, allarme siano percepiti come tali. Non tirando a campare. L’epoca andreottiana s’è conclusa da un pezzo.

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