TRAVEDONA MONATE – “Se la mia vita fosse un’opera d’arte, andrei a vederla?”: è questa la domanda che ha ispirato il viaggio a piedi per il mondo di Nicolò Guarrera che, partito il 9 agosto 2020, ha fatto ritorno in Italia lo scorso 13 settembre dopo aver percorso quattro continenti. Il Teatro Sant’Amanzio di Travedona Monate ha ospitato ieri, sabato 14 febbraio, il suo racconto di un cammino di 36mila chilometri, che si è svolto dialogando con la giornalista Adelia Brigo e alla presenza del sindaco Angelo Fiombo e del vicesindaco Stefano Baranzini nell’incontro organizzato dal Comune e dalla biblioteca comunale con il gruppo “Patto per la lettura”.
Bella vita e vita bella
«L’idea – ha raccontato Guarrera – mi è venuta mentre stavo finendo il corso magistrale di trade marketing all’Università di Parma, pensando alla differenza tra la bella vita – divertimento, cose frivole, spritz, etc. – e l’avere una vita bella. Volevo scrivere un libro e, mettendo insieme i pezzi, ho deciso di unire le cose che più mi piacciono, viaggiare e passeggiare, con la passeggiata più lunga: il mondo. La chiave di “svolta” è stata anche trovare il passeggino che ho chiamato “Ezio”; di 14 chili, può tenere un carico fino a 50. Quindi, dopo essermi laureato, e passati un paio di anni, a fine febbraio 2020, due settimane prima che si diffondesse il Covid, mi licenziai, con la partenza nell’agosto seguente».
«Camminare ti obbliga a passare dappertutto»
Fin dall’inizio il pensiero è stato di compiere un cammino, «perché il camminare ti obbliga a passare dappertutto. Se, per esempio, vai in Perù per due settimane visiterai località come Machu Picchu. Però così è andare velocemente e non saranno rappresentative del Paese, perché non saprai mai com’è lì andare alle poste o parlare con i camionisti. Dalla mia provincia, Vicenza, per arrivare a piedi a Milano ci vogliono sei giorni: è molto lento ma vedi tutto quello che c’è in mezzo, ci vuole tanta pazienza».
Nel corso del viaggio Guarrera ha consumato ventiquattro paia di scarpe arrivando ad allungare i suoi piedi di due numeri, dal 43 al 45: si è diretto verso ovest fino a Palos de la Frontera, da dove partì Cristoforo Colombo, per raggiungere alle Canarie Las Palmas, da cui in “barcastop” è approdato dopo un mese dall’altra parte dell’Atlantico. Ha quindi “tagliato” l’istmo di Panama dirigendosi verso Quito, capitale dell’Ecuador, per poi scendere lungo la costa del Pacifico fino a Ushuaia, la città più a sud del mondo. Da lì l’Australia da est a ovest e poi da sud a nord, quindi l’Asia della pianura gangetica e poi Oman, Iraq, Iran, Armenia, Turchia e il ritorno in Europa con Bulgaria, Grecia e penisola balcanica.
Il Cile i suoi parchi naturali
«Ho saputo che in un paese in Perù si teneva una sagra dei gatti e sono andato a vedere, per scoprire che, in seguito a proteste animaliste, non la facevano più», ha ironizzato Guarrera sulle sue origini vicentine per poi svelare, rispondendo alle domande del folto pubblico, le sue vere cucine top: «Ecuadoriana, con la loro banana verde come companatico, georgiana e iraniana». Ecuador, Iran e Turchia spiccano tra i luoghi più ospitali insieme al Cile, il preferito per avere allo stesso tempo «il deserto più arido, quello di Atacama, e la Patagonia, una delle zone più piovose. Poi i sistemi di fiordi, ghiacciai, vulcani e tante specie endemiche. I loro parchi naturali sono le cose più belle da vedere, magari non sono così iconici ma lì regna la biodiversità, e quindi la vita. Ma raccomando a tutti anche un mese in India, che è un vero e proprio mondo a sé stante, per vedere che non è solo ashram e meditazione».
«La deriva appartiene all’Occidente»
«L’incertezza c’è sempre. Per quanto tu possa studiare, alla fine il mondo scombinerà tutto: bisogna essere flessibili», ha osservato Guarrera riguardo alle difficoltà incontrate lungo la strada. In Kuwait è stato scambiato per un terrorista mentre in India, dopo che si era accampato, sono arrivati in cinquanta per allontanarlo. «L’unico bambino che parlava inglese del villaggio mi spiegò: “gli anziani del villaggio pensano che tu sei qui per rubare bambini”. Quando le differenze culturali sono più profonde non ci si capisce, si creano più incomprensioni. Poi però, se incontri belle persone, c’è uno scambio, stai bene tu e fai stare bene altri. Penso che la deriva appartenga all’Occidente, gli attaccabrighe non sono fuori dalla porta di casa. Non capisco perché siamo così frustrati; siamo fortunati e abbiamo le migliori condizioni di vita. Nelle altre parti del mondo gli uomini sono sempre uguali e, pur non trovandosi tra frivolezze, sanno mantenere una grande dignità».
Cittadino iraniano e cittadino italiano
«Sono cambiati i governi e la situazione non è proprio rosea rispetto a quando sono partito – così la riflessione su quanto trovato al rientro – ma Sud America, Australia o India sono luoghi così lontani che ci si accorge che non ruota tutto intorno all’Europa. Perciò ho adottato un approccio “asiatico” alle cose: non parlerei tanto di fatalismo, bensì di leggerezza, la rabbia è la cosa più inutile. Biologicamente siamo tutti uguali, e per fortuna ci sono le differenze culturali, una ricchezza che è il sale del viaggio. Inoltre posso dire che il concetto di famiglia c’è ovunque».
Inevitabili, alla luce del conflitto in corso, le domande sull’Iran: «È stato un alleato storico degli Usa fino al ’79, poi per interessi economici e politici è cambiata la narrazione. Ma un cittadino italiano ha molto più in comune, come sensibilità, con gli iraniani che con gli statunitensi: sono grandissimi amanti della Divina Commedia, che lì è stata tradotta negli anni Cinquanta o Sessanta, e amano molto la poesia. Quanto alle persone normali, un cittadino iraniano è molto più simile a un cittadino italiano che a un esponente del suo stesso governo. Così come un nostro concittadino è più simile a un cittadino iraniano che a qualcuno del governo italiano. In Iran è illegale ospitare qualcuno in casa, ma lo fanno praticamente tutti. E in novanta giorni in Turchia non sono riuscito a pagare un ostello; spesso sono stato ospitato anche nelle moschee».
Solitudine, nostalgia e il dialogo con Ezio
Come ha ricordato Guarrera, «ci sono stati due o tre momenti difficili ma ho la testa dura, non mollo. E non ho mai avuto un piano B. Ho solo pensato: “Questo è un giorno più difficile di altri giorni difficili: sapevo che sarebbe arrivato, ma fa parte del gioco. Aspetto che passi, ci faccio una dormita sopra e vediamo”». Nel deserto australiano il peso non è stato tanto quello della solitudine, «grande maestra di vita», ma della nostalgia, «quando senti la mancanza delle persone che hai conosciuto a casa». Provvidenziale è stato il veicolo con cui il viandante ha portato «più del necessario ma meno del lusso», che ha fatto anche da compagno di viaggio e confessionale: «Se scrivere un diario serve a dare confini ai pensieri, a un certo punto parlare con Ezio ha svolto la stessa funzione. Ho iniziato a tenere tutte le mattine un dialogo-monologo improvvisato con lui, pratica che ho mantenuto». Per arrivare in fondo ci sono volute «motivazione, dedizione e passione. Sono felice ma ho solo trentadue anni: sento che c’è ancora tanto da fare, da scoprire. Penso che intorno ai cinquanta potrò dare una risposta alla mia domanda».
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