di Massimo Lodi
Nel discorso di Capodanno Mattarella solleciterà i renitenti al voto: tornate alle urne. Ma non basta la parola, sia pure autorevole e cara del capo dello Stato, a smuovere l’astensionismo. Ci vogliono i fatti. Quelli per esempio promessi e non mantenuti: vedi legge finanziaria. Se si fa così, cioè male, la fiducia svapora sino ad esaurirsi. Unita al menefreghismo dilagante/epocale, causa la rimozione d’un diritto civile che è anche un dovere, se poi si pretendono risposte adeguate dalla politica.
La scommessa del 2025 è di riportare nelle cabine elettorali chi vi manca da tempo. Una grande impresa, chissà se possibile. Il calendario prevede quattro chiamate referendarie, qualora la Corte costituzionale desse l’okay (autonomia differenziata, jobs act, cittadinanza, sicurezza sul lavoro). Poi sei rinnovi di presidenti e consigli regionali (Campania, Marche, Puglia, Toscana, Veneto, Valle d’Aosta). Infine la designazione dei sindaci di sedici capoluoghi di provincia.

Vasto programma. Che imporrà intese tra partiti di area (destra, sinistra), conquista del consenso di centro (mica poco, stimabile attorno al 10 per cento, oscillante tra un polo e l’altro), accordi con forze civiche numerose. Spesso han segnato la differenza nelle tornate amministrative, sarà così anche stavolta. Naturalmente influenzeranno il tutto la situazione internazionale, i disagi economici, la ricaduta europea/italiana dell’elezione di Trump eccetera. Nessuno si aspetta miracoli dalla politica, maggior serietà sì. Ovvero senso pratico, spirito vicino a quello dei cittadini, coerenza minima, riguardo sociale. Le delusioni del 2024 si sono infilate numerose una dietro l’altra, specialmente ha colpito la mancanza di senso della realtà. Come se chi abita i palazzi del potere vi uscisse di rado/mai. Niente di nuovo, intendiamoci: purtroppo la prosecutio disarmante d’una cupa tradizione che non lascia spazio a gaudiosi pronostici.
E dunque. Nessun intento di guastare il brindisi, però annotazione di come la quotidianità resti lontana dalla sua corretta lettura da parte di chi vi dovrebbe sovrintendere al meglio. Fin che non assisteremo a un cambio d’atteggiamento, non ci sarà appello capace d’invogliare alla recuperata affezione, pur apprezzandone tutti il valore democratico. D’altra parta la crisi, la vera crisi, sta proprio nel cattivo uso che ormai si fa della democrazia. Il meno peggiore, se non il migliore, dei sistemi di convivenza possibili, tuttavia inquinato dalla mediocre esibizione che spesso danno di sé i suoi rappresentanti. C’è crisi di classe dirigente, di contenuti programmatici, di visione d’insieme. Avremmo bisogno d’un progetto Paese, come si diceva al tempo della nascita dell’impianto repubblicano e anche dopo: ci si è persi in un Paese di tanti piccoli, e spesso inattuati e confliggenti, progettini.
A concludere: abbiamo una nazione in cui non ci riconosciamo, salvo in qualche sporadico caso soprattutto sportivo; abbiamo leader di partito corrispondenti più alle loro aspettative che alle nostre, di frequente modificandole ex abrupto; abbiamo per fortuna un presidente della Repubblica -arrivato al decimo anno quirinalizio- che riassume/esterna lo scoramento popolare, pur sembrandoci l’ultima bandiera eroicamente alzata prima della resa. Lieti di sbagliare, si capisce, se il popolo sovrano (non sovranista) azzeccherà la mossa giusta: scendendo in campo.
