Varese e Gallarate, una sconfitta che è una vittoria

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Andrea Cassani e Davide Galimberti

I maligni sostengono che l’aver escluso Busto Arsizio dal patto culturale tra Varese e Gallarate abbia influito in modo negativo sulla giuria che ha scelto le città finaliste per la Capitale italiana dell’arte contemporanea 2027. I maligni, naturalmente. Il vero motivo per cui il progetto sinergico tra il capoluogo provinciale e Gallarate non ha convinto l’apposita commissione ministeriale è forse da ricercare altrove. C’è una ragione politica più che tecnica, nel senso che due luoghi simbolo, presidi culturali e artistici come Villa Panza, gestita dal Fai e con rimandi addirittura internazionali, e il  Maga con le sue ricche collezioni d’arte e le prestigiose proposte, bastano e avanzano a sostenere un patrimonio e una attività che non tutti possono vantare.

E allora, c’è da domandarsi che cosa possono offrire di più le quattro città scelte per il confronto finale, Termoli, Foligno, Alba e Pietrasanta. Per stare in scia ai maligni di cui sopra, ci viene da pensare che dispongano di un appoggio istituzionale e politico di maggior peso, visti i risultati, rispetto a quanto abbiano potuto contare in proposito Varese e Gallarate. E con esse la Lombardia. Sì, perché la doppia candidatura varesotta, l’unica regionale, ha avuto ampio e convinto appoggio  della stessa Regione, che l’ha presentata in pompa magna a Palazzo Lombardia, a giugno, con l’autorevole avallo del presidente Attilio Fontana e dell’assessore Francesca Caruso, esponenti della classe politica che governa il Paese.

Che cosa sia successo in sede decisionale non lo sapremo mai, ma il dubbio che qualcosa in termini politici (e ci siamo capiti) sia venuto meno ci pare legittimo. Tanto più che già l’ultima volta, Gallarate, che si era presentata da sola, ricevette la stessa sportellata in faccia, benché fosse entrata nel gruppo della finaliste. Quella volta, un anno fa, vinse Gibellina, città del Sud, rispetto a un lotto di concorrenti probabilmente più attrezzate culturalmente del centro siciliano. Nessuno ci venga a dire che non fece premio la politica, le sue opportunità, le sue influenze territoriali, le sue necessità di accreditamento elettorale. Acqua passata, quella, seppure con le sue code polemiche e le inevitabili delusioni istituzionali.

Questa volta l’esclusione appare più pesante, proprio per lo sforzo sinergico, per un progetto che ha messo insieme realtà della stessa provincia in un settore, quello della cultura e dell’arte, che caratterizza sia Varese sia Gallarate. I cui sindaci, Davide Galimberti e Andrea Cassani, seppure su fronti politicamente opposti, hanno superato gli steccati e compreso che bisogna finalmente, al di là delle reiterate intenzioni, fare rete. Anche se questo non è bastato ad abbattere altre barriere, quelle di Roma, i cui obiettivi non sempre coincidono con gli interessi di crescita, economica e politica, della Lombardia.

Rimane però la sostanza dell’ iniziativa dei due primi cittadini, un precedente che apre a un futuro di collaborazione quanto meno sul versante culturale, rilanciando il patrimonio di musei, di bellezza, di idee che, unite, rilanceranno anche la provincia. Le cui peculiarità sono note e meritano quell’attenzione istituzionale che non sempre c’è stata per colpa dei campanilismi, delle gelosie di bottega, delle primogeniture, delle sottovalutazioni, negatività che fanno male alla cultura e soprattutto allo sviluppo sociale. Anche per questo, al di là delle malignità, una volta recuperata la vitalissima Busto Arsizio sul piano culturale e non solo, Varese e Gallarate e la provincia di Varese è come se avessero vinto, confermando quel riconoscimento che è già implicito nei loro patrimoni e che attende solo di essere valorizzato ancora di più. Appunto, facendo rete,

Capitale italiana arte contemporanea, Varese e Gallarate escluse dalla finale

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