VARESE – Nella vita di Marco Manfrinati ci sarebbe un prima e un dopo. Un prima dove il 42enne ex avvocato di Busto Arsizio, a processo davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Varese per l’omicidio dell’ex suocero Fabio Limido e il tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido, aggrediti a coltellate in via Menotti a Varese il 6 maggio 2024, non avrebbe avuto comportamenti violenti.
La separazione dal figlio
E un dopo, arrivato con la «frattura di questa esistenza longitudinale causata dalla separazione dal figlio», che lo ha visto uccidere in un caso e cercare di farlo nel secondo (Lavinia Limido è viva grazie al sacrificio del padre intervenuto per difenderla). Oggi, venerdì 12 dicembre, davanti alla Corte presieduta da Andrea Crema (Stefania Brusa a latere) sono stati sentiti gli ultimi due testi della difesa. Entrambi psichiatri, Nicola Poloni e Franco Carabellese, hanno valutato Manfrinati in momenti diversi. Carabellese, in veste di consulente della difesa, ha descritto Manfrinati – in relazione al prima e al dopo la separazione dal figlio – come se si trattasse del dottor Jekyll e di Mister Hyde.
La riserva sulla perizia psichiatrica
La Corte non ha ancora sciolto la riserva sul disporre o meno una perizia psichiatrica a carico del 42enne che è stato arrestato in flagranza di reato ed è reo confesso. Il presidente ha spiegato all’inizio dell’istruttoria che una decisione nel merito sarebbe stata presa al termine del dibattimento sulla base delle informazioni acquisite nel corso del processo in modo da avere elementi per poter dire sì oppure no a una perizia che dovrà stabilire, nel caso, se Manfrinati fosse capace di intendere e di volere al momento del fatto.
Difficoltà nelle relazioni
L’imputato, difeso dall’avvocato Elio Giannangeli, è stato descritto come soggetto «con capacità intellettive molto elevate» ma caratterizzato da «rigidità di pensiero» e «tratti associabili allo spettro autistico e ai disturbi di personalità». Una struttura mentale che avrebbe reso difficoltoso per Manfrinati il relazionarsi con gli altri. Riguardo al trauma famigliare dovuto alla separazione dal bambino Manfrinati era apparso «polarizzato in maniera ossessiva sulle vicende che lo riguardavano».
Il nesso tra infermità e fatto
Il consulente della difesa ha spiegato come la separazione dal figlio «Sia il primo elemento che modifica il funzionamento di Manfrinati». Da quel momento si sarebbe innescato un processo fatto di «trauma, calo depressivo, altalena emotiva» e infine «perdita del contatto sintonico con la realtà». Un percorso parallelo di crollo, culminato nello sviluppo di «un comportamento psicopatologico sfociato nell’atto drammatico», con «un nesso evidentissimo tra infermità mentale – definita severa dal consulente – e fatto compiuto».
Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Secondo il consulente il 42enne avrebbe avuto «una reazione abnorme psicotica», il cui evento scatenante sarebbe stato l’apprendere che non avrebbe più potuto vedere il figlio nelle modalità che immaginava. Una condizione che ha definito «alla Dr. Jekyll e Mr. Hyde», con due percorsi mentali paralleli che si sovrappongono fino al collasso.
Manfrinati parlerà alla prossima udienza
Una versione, quella del consulente della difesa, che vede da sempre contrari sia la Procura che l’avvocato di parte civile Fabio Ambrosetti che sostiene, così come i propri assistiti, che «Manfrinati non è un pazzo ma un assassino». Venerdì 19 dicembre l’imputato renderà spontanee dichiarazioni in aula, e la Corte scioglierà la riserva sulla perizia psichiatrica.
