VARESE – «Se Manfrinati esce ci uccide tutti». Lo ha detto a fine udienza Lavinia Limido, dopo una testimonianza di oltre quattro ore davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Varese presieduta dal giudice Andrea Crema (Stefania Brusa a latere) che vede il suo ex marito Marco Manfrinati imputato per il suo tentato omicidio e per l’omicidio di Fabio Limido, padre di Lavinia, intervenuto per salvare la figlia che Manfrinati stava accoltellando il 6 maggio 2024 in via Menotti a Varese.
Viviamo nella paura
In udienza la donna ha anche spiegato il perché di questa sua convinzione. «Le assistenti sociali che seguono mio figlio e che periodicamente incontrano sia me che Manfrinati mi hanno detto che lui serba ancora un forte rancore nei nostri confronti, nei confronti miei e della mia famiglia. Mi hanno detto che non è pentito, hanno riferito del suo intendimento di farcela pagare. Insomma Manfrinati finirà quello che ha cominciato il 6 maggio». Tanto che il Pm Maria Claudia Contini ha chiesto che le due assistenti sociali in questione vengano ascoltate come testi nel corso dell’istruttoria. Ieri Lavinia ha raccontato gli attimi dell’aggressione: «Mi accoltellava alla testa in silenzio. Io sapevo che quel momento sarebbe arrivato, ero pronta a morire. Ho pensato: grazie, stai salvando mio figlio»
Non deve tornare libero
Lavinia, durante l’esame reso ieri, giovedì 11 settembre, ha raccontato lo stato di paura nel quale ha vissuto con il marito e nel quale ha poi vissuto tutta la sua famiglia dopo la fuga dal compagno insieme al figlio minore. «Alla giustizia chiedo oggi non solo di fare il suo corso – ha detto Limido a fine udienza – Alla giustizia chiedo di proteggerci sino in fondo, io non voglio vivere nella paura che tra 20 anni, quando avrà quasi 60 anni, Manfrinati torni libero e uccida me, mio figlio e le mie sorelle. Questo chiedo».
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