di Marco Pinti*
Ringraziare per una sconfitta forse farà arrabbiare qualche purista della pallacanestro, ma fa niente. Io li adoro. Dite quello che volete, ma anche quando perde, questa pazza Varese m’incanta.
La partita contro Pistoia l’ho ascoltata senza vederla: esperienza che consiglio, perché il commento degli speaker di Radio Village riesce a farti sentire come se fossi al palazzetto, seduto tra due o tre varesini di quelli giusti. Appassionati, simpatici, competenti e pessimisti quanto basta per rendere l’atmosfera di Masnago. Certo, sul canale via cavo dell’immaginazione le azioni hanno contorni vaghi, geometrie imprecise, non si capisce mai bene cosa sta succedendo. Ma non importa. Quello che si perde in esattezza, ritorna in ondate di tensione, attesa, silenzi da infarto.
“Nino Johnson, dall’angolo…” – intravedo la mano che si allunga verso il canestro, mentre la mia si blocca sul mestolo con cui sto girando il risotto – “…secondo ferro. Rimbalzo Pistoia…” – e io riprendo a mescolare il risotto scuotendo la testa.
So che è stupido, ma in quei momenti penso sempre che sarebbe bello farlo sapere, ai nostri squinternati, adorabili eroi, che non sono soli. Che sugli spalti ci sono un sacco di varesini seduti sul divano, davanti alla tv, e altri chissà dove, con lo smartphone in mano, oppure con le cuffiette a immaginarsi la partita sul treno. E in mezzo a loro, in una piccionaia ideale, ci sono anch’io che sto girando il risotto. Non è la solita faccenda d’essere tifosi; quest’anno c’è qualcosa di più. Perché quest’anno la Pallacanestro Varese sta raccontando una storia pazzesca. Per chi se ne fosse perso qualche puntata, forse perché distratto dall’aggiornamento compulsivo delle statistiche, mi permetto di riassumerne la trama.
In una notte di novembre l’umile scudiero Matteo Librizzi, proprio come Semola, estrae la spada nella roccia davanti a cinquemila varesini, che non credono ai loro occhi nel vedere l’invincibile armata bolognese ritirarsi in disordine e senza speranza dal nostro palazzetto. A questo punto ci si aspetterebbe che Semola diventi Re Artù, ma la nostra è una fiaba varesina, dove anche i sogni sanno che è meglio volare bassi, stare schisci. E poi, perché un re sia un vero re, occorre un mago che gli indichi la strada. E chi, se non Nino Johnson, il Gandalf del mio risotto. Il terzo eroe viene da Alatri, un nome che già evoca città turrite e cavalieri erranti. In più si chiama Davide, uno che con la fionda se la cava niente male. Di costui si narra che esistano, nell’archivio segreto della Federazione Italiana Pallacanestro, alcune statistiche che non vengono diramate a fine partita. Sono elaborate da un algoritmo che calcola quante volte un giocatore si prende la responsabilità di un tiro difficile, di un fallo provvidenziale, di un rimbalzo in attacco. I ricercatori hanno coniato un solo nome per questi parametri: lo chiamano “Codice Alviti”. Il quarto eroe della nostra storia è invece un cartone animato. La stampa locale, come sempre complice dei poteri forti, cerca di negare l’evidenza, ma ormai tutti sanno che è stato ingaggiato dalla squadra dei Looney Toons di Space Jam. Il suo nome di copertura è Elisee Assui, ma c’è chi giura che, osservando le immagini fotogramma per fotogramma, si riconosca chiaramente la sagoma di “Taz”, il diavolo della Tazmania. Quinto viene Fall, anche detto Quinto Fall per la sua scarsa diplomazia in campo: “A la guerre comme a la guerre!” Sesto, Justin Gray, che assomiglia un po’ a un rottweiler, di quelli che, quando inclinano la testa sul collo, non sai mai cosa aspettarti. Settimo, Desonta Bradford, un genio assoluto. Arrivato a Varese ha dichiarato “Sembra la mia città!”, riferendosi a Humboldt, nel Tennesse. Appena l’ho sentita mi è venuta voglia di comprare una sedia a dondolo e un cappello da cowboy. Ottavo il Genio Hands, una specie di Savicevic della West Coast. Famoso per lo strano gesto apotropaico con cui esulta dopo ogni tripla, che ricorda molto il “sotomayor” dei Bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo. E poi c’è Alex Tyus, il gigante buono; Keifer Sykes, amico fragile; Nicolò Virginio, il chierichetto che chiude la processione. Infine, quello che rappresenta forse più di tutti l’anima di questa strana, folle squadra che m’incanta: Kaodorichi Akobundu -Ehiogu. Nato contromano e cresciuto controvento, di lui basta ricordare come per un brutto infortunio aveva quasi dovuto lasciare la pallacanestro, prima che il destino lo riacciuffasse per la collottola e lo portasse a saltare come un grillo su ogni pallone.
Ora, lo so anch’io che forse non siamo all’altezza dei playoff, capisco le critiche, ma io li voglio ringraziare i ragazzi del malinconico Mandole. Al di là dei risultati, bisogna riconoscere che ce la stanno mettendo tutta, partendo da condizioni di partenza che per ognuno sembravano quasi proibitive. Uno era troppo giovane, l’altro troppo vecchio, troppo lento, troppo insicuro: problemi che ancora si vedono, eccome se si vedono, ma che in qualche modo rappresentano uno specchio che ci restituisce qualcosa di ciò che siamo. Perché noi varesini, ogni tanto dovremmo ricordarcelo, siamo un po’ come gli Hobbit della Contea. “Il nostro cuore palpita sulla tranquilla, silenziosa, buona terra coltivata, perché tutti gli Hobbit hanno amore per le cose che…crescono”.
Comunicatore politico
e tifoso Pallacanestro Varese
