L’abbraccio di Vinicio Capossela al Teatro di Varese tra balli e ovazioni

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VARESE – «Non ci aspettavamo un pubblico così meravigliosamente abbracciabile!»: sebbene su gran parte dei pezzi di Vinicio Capossela ieri, venerdì 20 ottobre, si allungasse l’ombra della guerra, tema che pervade l’ultimo album “Tredici canzoni urgenti”, al Teatro di Varese è stato un pubblico sempre più esultante a salutare, arrivando a ballare sotto il palco, il cantautore e polistrumentista che, al calare del sipario, ha assunto la posa di un San Sebastiano trafitto dai tasti di pianoforte.

«Bisogna vigilare»

«Se la politica diventa uno spettacolo incivile, lo spettacolo deve diventare politico e civile», ha annunciato Capossela dopo l’apertura con “Sul divano occidentale” e “All you can eat”, specialmente quando la realtà attuale assomiglia sempre più a uno spaghetti western con duelli statici, in cui non si sa chi sia buono e chi cattivo: “La parte del torto” è dove forse ci troviamo tutti. «Bisogna vigilare», è l’esortazione a fronte della mancato intitolazione a Lucca di una via a Sandro Pertini, «uno dei presidenti più amati, tanto da ispirare Toto Cutugno. Fascismo e Resistenza non sono reperti museali, ma forze vive che operano nella società. Del resto l’ha detto lo stesso Mussolini: “non ho inventato io il fascismo, l’ho estratto dall’inconscio degli italiani”». “Staffette in bicicletta” parla di quelle partigiane: «In questi giorni è urgente passare il testimone».

L’amore per rivoluzionare noi stessi

Nel corso della data del tour “Con i tasti che ci abbiamo” il cantautore ha alternato chitarra, piano e fisarmonica duettando più volte alla voce con la violoncellista Daniela Savoldi. Non potevano mancare i tradizionali cambi di copricapo, questa volta inaugurati da un casco da soldato con cui si è avventurato sul divano, elemento centrale della prima scenografia. «Quando cadono le bombe bisogna scegliere in quale bene trovare rifugio» e rivoluzionare noi stessi «è la grande opportunità che ci offre l’amore» che, se non colta, può condurre al gioco di specchi fatto di bugie e solitudine di “Parla piano”». Capossela ha poi così presentato “La cattiva educazione”: «La morbosità con cui si trattano i femminicidi allontana l’attenzione da quello che è il vero nemico interno: non è stato fatto un lavoro di educazione per le emozioni. In questo modo l’amore si trasforma soltanto in un luogo di potere, ricatto e possesso».

La luna e l’archibugio dell’“Orlando furioso”

Dopo “Cha cha chaf della pozzanghera” – «l’età della responsabilità comincia quando ci giri intorno» – e “La crociata dei bambini” l’entrata in scena sulle note del “Tristano e Isotta” di una gigantesca Luna, «cara ai licantropi, ai lunatici e ai poeti», è l’occasione per ricordare che «nell’ “Orlando furioso” è una specie di discarica di tutto ciò che è vano: l’unica cosa che lì non c’è la follia, che si trova sulla Terra». Nel poema cavalleresco fa poi la sua comparsa una delle prime armi da fuoco, al centro della canzone “L’archibugio”: «Orlando lo butta in mare ma attraverso i secoli è arrivato a oggi, diventando le armi moderne: si sganciano bombe, muoiono cinquecento bambini però nessuno se ne macchia le mani. La civiltà occidentale si definisce cristiana, ma se una vendetta ne chiama a sua volta una più feroce, è stato chiedere troppo alla condizione umana. Cristo è diventato un povero cristo ed è sceso dalla croce, mentre la Terra ha la guerra come signora».

«L’amore è certamente tra le urgenze»

Se con gli umani proprio non ce la si fa allora è meglio prendere esempio dagli animali, e in particolare da “I musicanti di Brema” in cui «a salvarsi non è il più forte ma chi dà un mutuo appoggio». Ricordando sempre che da soli si corre di più anche il rischio delle seduzioni del “Marajà”, brano che, che come il precedente ha visto il pubblico accompagnare gli artisti battendo mani. Sulle note di un arpeggio meditabondo è arrivata un’altra riflessione sull’Ariosto: «Nel suo inferno si viene puniti, come succede a Lidia, per un unico peccato: l’ingratitudine in amore. “Amor ch’a nullo amato” – ha ironizzato il cantautore – c’è nelle canzoni di Venditti…ma forse neanche lì: è una regola che non funziona. L’amore è certamente tra le urgenze ma non possiamo andare oltre un interrogativo: “Che coss’è l’amor”. Dopo la cover di “Giovanni telegrafista” di Enzo Jannacci, con Raffaele Tiseo al piano, Capossela, suonando sotto un ombrello, ha invitato i presenti a imitare con le dita il suono delle gocce, ricevendo poi in cambio un diluvio di appausi. «Dopo tanto tempo – ha detto per “Il tempo dei regali“ – con il pubblico ancora che batteva a tempo, non si può che provare nostalgia o gratitudine. Ma la gratitudine è migliore».

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