IN VIAGGIO COL MERCANTE – Benvenuti in Tanzania. “Karibu”

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ISPRA – È con “karibu”, parola utilizzata in Tanzania come benvenuto, che si apre la sesta puntata di “In viaggio col mercante”, serie creata da Giancarlo Samaritani, ad di Chicco d’Oro Italia, con la moglie Silvia Minella e dedicata alla vita quotidiana e alle tradizioni delle comunità rurali nel Sud del mondo. Il reportage realizzato sul Paese del cratere Ngorongoro non solo racconta la pregiata qualità di caffè lì coltivata, ma anche l’incontro con gli Hadzabe, una delle più antiche tribù del pianeta.

La denominazione Kilimangiaro-Arusha

«Il caffè prodotto in Tanzania è un africano di ottima qualità: spicca la denominazione Kilimangiaro-Arusha, una produzione solo arabica molto quotata, di cui siamo importatori», ha spiegato Samaritani, che nel 2019 ha scelto come meta la piantagione di Tloma, fondata nel 1929 da una società tedesca. «Quando l’abbiamo visitata era da poco terminato il periodo del raccolto e si procedeva già alla piantumazione di nuovi alberelli. Ciò che contraddistingue questa coltura è la loro origine: crescono ancora dalla stessa antica radice».

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Frutti tropicali a 2000 metri

«È vero che, essendo le piante sottoposte a una potatura periodica, è come se ogni dieci anni fossero “azzerate”», ha aggiunto Samaritani. «Ma il ceppo di partenza rimane sempre lo stesso». La coltura si trova in una zona tra i 1600 e i 1800 metri di altezza: «In Africa la vegetazione è molto diversa dalla nostra e a 2000 metri possono crescere banane o altri frutti tropicali. Come ha ricordato l’agronomo che ci ha accompagnati, si tratta di un ambiente molto favorevole a un’arabica di ottima qualità: una denominazione pregiata che attrae anche evocando scenari esotici».

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L’Eden del cratere Ngorongoro

La Tanzania ospita l’area protetta del cratere Ngorongoro, che si estende per 265 chilometri: «In origine era un vulcano, oggi è invece un luogo dove si possono incontrare innumerevoli specie tra cui leoni, rinoceronti, giraffe e ippopotami: insomma, i tipici animali dell’Africa, che in questo territorio riescono a convivere, rendendolo una sorta di Eden ricco di fascino. Per raggiungerlo è necessario salire fino al bordo della caldera e poi scendere al suo interno, affrontando un dislivello di 600 metri. L’unica popolazione a cui è concesso abitare nell’area circostante sono i Masai perché non praticano la caccia: sono essenzialmente dei pastori».

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“Niente di più di ciò che serve”

Tra le tribù della Tanzania c’è la comunità nomade degli Hadzabe: «Vivono di ciò che offre la natura e non hanno case, o dimore di alcun tipo. Si spostano in continuazione, in base a dove trovano cibo. La loro filosofia, legata a bisogni essenziali, è di non possedere niente di più di ciò che serve: “Se in questo momento hai un arco e due frecce, ti basta; se invece hai di più, dallo a qualcun altro”. È un po’ come tornare agli albori dell’umanità: non sanno né leggere né scrivere, non hanno una cultura, scuole o forme di sanità, ma neanche un senso del tempo. La loro è un’esistenza in simbiosi con l’ambiente del territorio che però, inevitabilmente, si restringe ogni giorno sempre più».

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Uno dei ceppi primari dell’umanità

Alcuni degli Hadzabe si sono trasferiti a vivere nei villaggi, abbandonando la loro vita precedente a favore di una più “moderna”, «ma la maggior parte dei gruppi non ha accettato condizionamenti, opponendo forti resistenze e continuando a vivere come nel passato. Si pensa che siano uno dei ceppi primari dell’intera umanità poiché non sono emerse corrispondenze con nessuna altra tribù al mondo; e non ce n’è nessuna che abbia la loro stessa lingua. Costruiscono in proprio archi e frecce ma non sanno lavorare il metallo: intrattengono perciò degli scambi con i Datoga, abili fabbri. Dal momento che per gli Hadzabe non esistono i soldi, hanno instaurato con loro un rapporto basato sul baratto e offrono gli animali che cacciano».

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