Violenza economica, passa dalla finanza la libertà delle donne. Il convegno alla Liuc

Annamaria Tarantola (a sx) e Martina Semenzato

CASTELLANZA – Violenza economica, la faccia più subdola della violenza di genere. «Nonostante tanti interventi legislativi e sull’opinione pubblica, la violenza non scende» fa notare con rammarico Annamaria Tarantola, l’ex presidente della RAI che attualmente è vicepresidente della Fondazione Giulia Cecchettin. «Significa che tutto quello che abbiamo fatto non serve. Mi preoccupano l’aumento della violenza come tipologia – c’è anche quella digitale e verbale – e il fatto che tocca sempre più giovani». Nel convegno alla LIUC l’educazione finanziaria come risposta alla piaga delle violenza economica.

Il convegno

«La finanza è un grande atto di libertà». Il rettore Anna Gervasoni introduce così l’evento dedicato a “Finanza al femminile: Educazione ed Inclusione”, sul ruolo dell’educazione finanziaria come strumento di prevenzione delle violenze di genere. Perché la violenza economica «è una delle forme di violenza riconosciute dalla convenzione di Istanbul, e riguarda i Paesi a basso reddito come quelli avanzati», come fa notare Donato Masciandaro, direttore del comitato di educazione finanziaria MEF-Bocconi. E l’autonomia economica, rimarca Annamaria Tarantola nel corso della tavola rotonda moderata da Laura Galvagni (giornalista del “Sole 24 Ore”), «è essenziale per proteggere le donne dalla violenza».

I numeri

«Scegliere come investire i soldi e costruire un progetto di vita senza dover chiedere ad altri è molto importante per le donne» aggiunge la prof. Gervasoni. I numeri mostrano che su questo fronte l’Italia è ancora «indietro», come fa notare Fabio Cerchiai, presidente della Federazione Banche Assicurazioni Finanza – FeBAF. «Solo una donna su 20 ha un reddito che le garantisce indipendenza economica». E senza l’autonomia finanziaria, è più facile diventare vittime di violenza. «Succede nel 62% dei casi», come ricorda Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi. Il problema è che «pochissime sentenze in Italia hanno condannato la violenza economica».

La consapevolezza

Eppure «gli strumenti per combatterla ci sono – fa sapere l’onorevole Semenzato – le donne vittime di violenza hanno a disposizione il reddito di libertà, l’assegno di inclusione, il microcredito di libertà, possono sospendere il mutuo e chiedere il trasferimento, ci sono sgravi per assunzioni di donne vittime di violenza, ma molte donne non lo sanno». E anche sull’educazione finanziaria si può fare di più, se Magda Bianco, capo dipartimento di Banca d’Italia, sottolinea che «in Italia c’è ancora un gap di genere tra ragazzi e ragazze sulle competenze finanziarie mentre negli altri Paesi più avanzati si è annullato». Ecco perché andrebbe «insegnata a scuola».

La formazione

Da questo punto di vista, la Fondazione Giulia Cecchettin è impegnata nella formazione dei ragazzi, ma anche nelle aziende. «Anche gli uomini devono avere il coraggio di dire che non accettano certi atteggiamenti dei colleghi maschi e le aziende devono premiarli – spiega Annamaria Tarantola – e ai manager diciamo di non nascondersi dietro la foglia di fico ma di introdurre politiche di genere, cambiamenti gestionali e operativi, come la certificazione di genere che comincia a dare risultati positivi». E sono diversi i motivi per cui le aziende dovrebbero occuparsi di violenza: «Perché è lì che il 15% delle donne sono vittime di molestie. Ma anche perché le aziende sono comunità di persone, la cui cultura influenza la cultura generale del Paese, e perché la violenza è un costo per le aziende: influenza la produttività, l’armonia, il grado di serenità nell’ambiente e genera assenze».

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