di Andrea Minchella
VISTO
DIO RIDE, di Giovanni Veronesi (Italia 2026, 114 min.).
Giovanni Veronesi realizza forse il suo film più riuscito e meno scontato. Dopo anni di pellicole non sempre convincenti in cui il timbro monicelliano non lo ha mai abbandonato, “Dio Ride” sembra essere il primo vero lavoro “da adulto” del regista toscano. Questo racconto, infatti, vuole emanciparsi, e ci riesce quasi completamente, da una cinematografia sempre rivolta con ossequioso rispetto nei confronti della commedia italiana che pare però non essere più capace di influenzare l’attuale produzione cinematografica italiana. Veronesi negli anni ha saputo cavalcare una magica ispirazione regalandoci a volte ottimi lavori che però non hanno saputo lasciare un segno indelebile nel tempo e nello spazio.
Veronesi si mette in spalla la cinepresa e filma magistralmente la sequenza iniziale grazie alla quale veniamo catapultati in una vicenda fatta di umiltà, amore e speranza. Frate Leopoldo da Casamacchia che porta sulle spalle il suo priore malato e senza forze è l’emblema drammaturgico di tutta la storia narrata nel film di Veronesi. Il sacrificio fisico si annulla quando agiamo per amore e misericordia. Quasi come un mantra laico, l’amore e la grazia rendono gli uomini pieni di forza per superare qualsiasi difficoltà la vita ci mette davanti. Quella corsa sgraziata seguita da una cinepresa mossa e disordinata ci regala la fase più sincera e poetica dell’intera pellicola. L’affanno diventa ossigeno per compiere azioni sovraumane che senza fede non saremmo in grado di compiere.
Lontano dalla retorica e dalla facile approvazione, la presenza di Pierfrancesco Favino scardina le convenzioni linguistiche per generare una lingua parlata dolce e terapeutica. Favino parla e comunica con un linguaggio povero e basico che riesce a raggiungere i cuori di decine di persone. Frate Leopoldo rovescia le Sacre Scritture trasformandole in linfa vitale per gli ultimi che faticano a capirne il senso più profondo. La gente comune è lontana dagli sfarzi e dal lusso della Chiesa della metà del 600 e viene ammaliata dalla retorica buffa e scanzonata di un frate che arriva dritto ai loro cuori. Senza mai deriderlo, Frate Leopoldo ride della grandezza di Dio e della sua sconfinata presenza. Ride per alleggerire le vite complicate delle persone umili che in quell’epoca rischiavano la vita quotidianamente. Ride per elaborare una narrazione rassicurante di un mondo crudo e distante dagli ultimi. Ride perché è il primo a capire la infinitesimale piccolezza dell’uomo e la gigantesca grandezza di Dio e del suo respiro.
Veronesi, dunque, contrappone alla semplicità, a volte esagerata, del Frate interpretato intimamente da un Favino impeccabile, la durezza arida e asfissiante del cardinale Maculani interpretato da un granitico e integerrimo Silvio Orlando. Il cardinale inquisitore viene mandato ad ascoltare Frate Leopoldo da Papa Innocenzo X, un Carlo Cecchi divino nella sua ultima interpretazione, per capire meglio il grande clamore che si è venuto a creare attorno all’operato del frate.
Veronesi cristallizza con equilibrio e intelligente poetica la contrapposizione tra ultimi e potenti, tra le prime tracce di una lingua italiana che unirà tutta l’Italia e il latino che veniva utilizzato per le liturgie religiose, tra la natura più povera e selvaggia e i palazzi sfarzosi dove i vertici della chiesa sembravano sempre più chiusi e isolati. Queste distanze abissali vengono ridotte dalla parola di Dio che viene pronunciata e divulgata con amore sincero di un frate sgraziato ma più profondo di quanto non sembri.
“Dio Ride” è un ambizioso tentativo di Giovanni Veronesi di riportare l’attenzione del pubblico alle cose piccole e semplici che dopotutto sono alla base delle grandi trasformazioni e delle immense imprese. Favino e Orlando diventano lo specchio ancestrale della divisione millenaria del genere umano in un racconto suggestivo il cui finale riserva un inaspettato risvolto che ben si inserisce nel ritmo e nello stile del film. Da vedere con il sorriso pronto per essere sfoderato.
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RIVISTO
FRANCESCO, di Liliana Cavani (Italia- Germania Ovest 1989, 158 min.).
Lilana Cavani realizza un piccolo miracolo regalandoci forse il più sincero e diretto ritratto del Santo di Assisi. Mickey Rourke, bello e dannato, interpreta alla fine degli anni ottanta Francesco regalandoci una figura straziante e alienante del frate. Un racconto intimo e sussurrato di una vita mitografica che ancora oggi rimane misteriosa e criptica. Opera assoluta, divina e piena di gentilezza.
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