di Andrea Minchella
VISTO
DOSTOEVSKIJ, di Damiano e Fabio D’Innocenzo (Italia 2024, 296 min., Sky Studios- Paco Cinematografica).
I fratelli D’Innocenzo sono dei pazzi. Ogni loro opera è un vortice di follia e di arte. Ogni loro lavoro ci restituisce in maniera plastica e deflagrante la loro visione del mondo. Dopo gli scarni e angoscianti “La Terra dell’Abbastanza”, “Favolacce” e “America Latina”, i due registi romani alzano l’asticella e decidono di cimentarsi, a modo loro, con la serialità. Ma non si fermano ai canoni imposti dalla grammatica del caso. Dirigono un film seriale. O forse girano una serie sfacciatamente cinematografica. A partire dalla sua distribuzione. “Dostoevskij” è stata infatti proiettata al cinema quest’estate divisa in due atti. È stata poi trasmessa il 27 novembre su Sky, che l’ha prodotto, nella sua interezza. La serie, o il film, è divisa a sua volta in sei capitoli. Insomma, anche in questo caso i due cineasti hanno ribaltato le regole d’ingaggio per dare alla luce un prodotto unico nel suo genere che non può passare inosservato.
Il viaggio dentro “Dostoevskij” è un cupo e nauseante cammino dentro l’anima di un uomo tormentato e ossessionato. I D’Innocenzo scrivono e realizzano una discesa negli inferi che ognuno di noi teme prima o poi di dover fare. La serie, che va vista senza interruzioni, indaga con maestria i lati oscuri dell’essere umano. Il serial killer che il protagonista di “Dostoevskij” cerca di inchiodare non è altro che la parte marcia che ogni individuo cerca di nascondere. Ed è qui che la genialità pura dei due registi riesce ad amalgamare cinematografia e filosofia nella stessa forma espressiva. La scrittura della storia si fonde con la sensazione claustrofobica dell’esistenza su questo mondo. La pellicola, rigorosamente 16 millimetri, scolpisce con una dolce violenza le facce anestetizzate dei personaggi che abitano la storia. Enzo Vitello cerca di risolvere un caso torbido e folle senza aver fatto i conti con la sua vita lacerata e fuori controllo. Il poliziotto e il serial killer sono la stessa anima in due parti dello specchio diverse. Gli omicidi si fondono con l’incursione dolcemente violenta della cinepresa dentro le emozioni schizofreniche del protagonista.
La vicenda si snoda in un non luogo in cui stereotipi e volti si muovono senza una vera direzione per cercare di fermare il serial killer che lascia una lettera dopo ogni suo omicidio. La caccia diventa una terapia inefficace per tutte le anime che faticano a trovare uno straccio di serenità. Enzo Vitello, il cui personaggio viene incollato sul corpo di Filippo Timi, sente il dovere di risolvere il caso per riemergere da un’esistenza carica di fallimenti e sofferenze. La giovane figlia, pericolosamente fragile e smarrita, gli ricorda incessantemente tutti i suoi sbagli e le sue mancanze.
“Dostoevskij” è, dunque, molto più di una serie. È un diario di bordo di un viaggio allucinato nelle zone d’ombra che questo mondo cerca sempre di nascondere preferendo la retorica e la superficialità. Ma i D’Innocenzo non si fermano al primo strato e si immergono, portandoci con loro, dentro la terra marcia in cui viviamo ma che rimuoviamo quotidianamente per non fare i conti con noi stessi.
Certamente la scrittura in alcuni momenti risente di una eccessiva dose di manierismo sintattico, soprattutto nella parte di Enzo Vitello che in certi passaggi risulta essere esageratamente teatrale, ma la volontà estrema di sperimentazione dei fratelli D’Innocenzo può ancora portarsi dietro alcune sbavature stilistiche che comunque vengono attenuate dalla potenza del prodotto finale.
Oltre al gigantesco Filippo Timi, che assomiglia sempre più al leggendario Gian Maria Volontè, “Dostoevskij” da la possibilità a Gabriel Montesi di aggiungere un altro prezioso ruolo alla sua ancora breve attività di attore. Come Timi, Montesi si immerge completamente nel mondo ricreato dai due fratelli registi assumendo la fisiognomica del poliziotto freddo e distaccato. Apparentemente.
Dunque Damiano e Fabio D’Innocenzo sperimentano una nuova forma di linguaggio cercando di riscriverne le regole e non venendo travolti dalle sempre più stringenti esigenze del pubblico. “Dostoevskij” è un racconto che segue morbosamente le pulsioni artistiche di due ragazzi che hanno già segnato indelebilmente la cinematografia italiana e che certamente proseguiranno nella loro ricerca quasi ossessiva di storie epiche che possano fissare per sempre la loro concezione di arte e le loro impressioni del mondo che ci circonda.
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RIVISTO
ALMOST BLUE, di Alex Infascelli (Italia 2000, 135 min.).
Infascelli prende forse il miglior lavoro di Carlo Lucarelli e lo trasforma in una pellicola senza tempo che riscrive le regole grammaticali del “thriller” italiano. Bologna diventa protagonista di una follia omicida che scuote l’anima di ogni spettatore di questa opera perfetta di un regista che ha ancora tanto da dire. Musiche e immagini si mescolano dando vita ad un’opera unica e potentemente attuale. Da rivedere.
