VISTO&RIVISTO Il dono raro di trovare le cose nascoste

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di Andrea Minchella

VISTO

LA CHIMERA, di Alice Rohrwacher (Italia- Francia- Svizzera 2023, 130 min.).

Più che un film un’esperienza mistica. Alice Rohrwacher si conferma una visionaria capace di racchiudere in un piccolo contenitore infiniti elementi, poetici, onirici, fantastici, realistici, subliminali, evocativi, al servizio di un linguaggio che va dritto al cuore dello spettatore il quale, come gli antichi Etruschi decifravano i movimenti leggiadri delle creature che popolano il cielo, si ritrova ad interpretare, e a trovarne un significato, le vicende e i personaggi che la brava regista è sempre più capace di mettere in scena.

“La Chimera” chiude idealmente la trilogia, dopo “Le Meraviglie” e “Lazzaro Felice”, dedicata al complesso ed ancestrale rapporto che abbiamo con il passato. Qui la regista nata a Fiesole indaga con delicatezza le zone oscure del passato sia della società in cui viviamo sia del protagonista del film. Arthur, un inglese burbero e scapestrato, è il perno attorno al quale si dipana la storia del film. Arthur è in Italia, nella zona tra la bassa Toscana e l’alto Lazio dove il terreno nasconde e protegge migliaia di tombe antiche che racchiudono la magia del passato di una civiltà antica. Arthur, che sembra possedere un dono unico, riesce ad individuare il punto esatto in cui il gruppo di tombaroli a cui si accompagna deve scavare per trafugare le infinte ricchezze che facevano parte dei corredi dei defunti. L’Italia de “La Chimera” è l’Italia degli anni ottanta, era in cui il mercato nero dell’arte “fatturava più del mercato della droga”.

Alice Rohrwacher, dunque, si immerge in un’epoca remota per raccontare il passato di una nazione, di una civiltà, di un uomo che non riesce a fare i conti con una grande perdita. La pellicola, che cambia spesso formato, riducendo e allargando il campo visivo dello spettatore, si insinua nelle viscere della terra e nell’anima di Arthur come fosse un lumino che cerca di cristallizzare i ricordi passati di ognuno di noi. Arthur, sin dalle prime immagini, segue un filo rosso che pare non avere fine. Quel filo diventa la nostra chimera. Quel filo diventa il collegamento che ognuno di noi ha con il proprio passato. Poetico e sussurrato, questo film trasforma ogni suono, ogni sguardo, ogni sensazione in un viaggio onirico, quasi metafisico, in cui poter cogliere elementi importanti e unici della nostra esistenza. Come per i tombaroli protagonisti, la ricerca del passato diventa una sorta di terapia di una società che, altrimenti, rischia di commettere continuamente gli stessi errori. Una società senza passato è una società che non ha futuro. Gli oggetti, anche i più insignificanti, costruiscono non solo un passaporto per la ricchezza, come viene detto nel film, ma compongono, tassello dopo tassello, l’architettura esistenziale di una civiltà.

“La Chimera” contiene in sé gli opposti che diventano ingredienti fondamentali di una vita intera. Verità e bugia. Realtà e finzione. Cielo e terra. Giorno e notte. Vita e morte. Come in un’esistenza complessa e dolorosa, questo racconto intende restituirci la dolcezza e la sofferenza come “monili” che fanno parte di un corredo, il nostro, che impieghiamo una vita intera a preparare. Ciò che resterà di noi, ciò che gli altri ricorderanno di noi è, forse, la chimera di ognuno di noi. I tombaroli, dopo tutto, trafugano l’ignoto e ridanno vita ad un passato ormai dimenticato e nascosto.

A metà tra il Fellini più intimista e il neorealismo meno barocco, questo intenso viaggio nei ricordi e nel passato di un uomo diventa iconografia sentimentale moderna e necessaria. La Rohrwacher riesce con un linguaggio sempre misurato ed essenziale a descrivere la tridimensionalità dell’essere umano, unico nei suoi errori, universale nei suoi desideri. Quel filo rosso che alla fine porta Arthur nel luogo tanto sognato e sperato per tutto il film, diventa il filo rosso che ognuno di noi segue, attimo dopo attimo, nella speranza di ritrovare ciò che abbiamo perduto, ciò che siamo stati.

Questo è il cinema che mi piace, perché percepisco sin dalle prime immagini la sincerità dell’autrice e l’urgenza di voler raccontare una storia mitografica, che si trasforma in epica delle emozioni, in drammaturgia delle sensazioni. I colori li puoi vedere, i rumori li puoi sentire, ma soprattutto puoi immergerti nel silenzio di un assordante desiderio di verità che prende forma grazie a ritratti come questo. Grazie Alice.

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RIVISTO

IO SONO L’AMORE, di Luca Guadagnino (Italia 2009, 120 min.).

Un piccolo e prezioso manuale in cui gli sguardi, i profumi, i rumori diventano un linguaggio universale per spiegarci cosa è l’amore.

Un viaggio intimo e silenzioso nel desiderio di ognuno di noi di condividere le emozioni con qualcuno. Un ritratto poetico e leggiadro nel calore delle giornate assolate di un’estate che non finisce mai. Da rivedere in silenzio. Magari accanto alla persona che amiamo.

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