di Andrea Minchella
VISTO
VERMIGLIO, di Maura Delpero (Italia- Francia- Belgio 2024, 120 min.).
Hollywood brucia. La terra dei grandi film e delle grandi “stars” è completamente avvolta dalle fiamme. La terra della ricchezza e degli effetti speciali rischia di essere cancellata. La Los Angeles degli Oscar sta vivendo, forse, il suo periodo più drammatico. Una giovane regista di Bolzano viene prelevata dal suo appartamento della città degli angeli e viene trasferita a New York, dove cercherà di proseguire la promozione del suo film in vista della notte degli Oscar, fuoco permettendo. Non è la trama di un film, ma è ciò che sta accadendo al percorso americano di “Vermiglio” che rappresenterà l’Italia alla prossima cerimonia degli “Academy”.
È epica del cinema, piccolo e sussurrato, che si contrappone al frastuono chiassoso delle mega produzioni americane e ai film retorici e banali che si poggiano su scorciatoie stilistiche ed equivoci lessicali. “Vermiglio”, lentamente e senza fare eccessivo rumore, sta contagiando il mondo di chi non si accontenta ma di chi ha il desiderio di verità e poesia, di chi cerca dolcezza e amore e di chi è disposto a fare i conti con la sofferenza e la memoria. “Vermiglio” è un’opera difficile che non vuole piacere a tutti, ma che si rende accessibile a tutti quelli che hanno ben chiara la funzione dell’arte come veicolo necessario e prezioso della memoria, del presente e del futuro dell’umanità.
Maura Delpero scrive e realizza un piccolo capolavoro che ha la intrinseca funzione sociale di fissare per sempre le tradizioni di un’Italia che non esiste più proprio perché l’Italia di oggi è smaniosa di cancellare la memoria per proiettarsi violentemente, ma è soltanto un’illusione, in un futuro radioso e spumeggiante. Guardando i protagonisti di “Vermiglio” avvertiamo una sorta di malinconia per un paese che molti di noi non hanno conosciuto se non dai racconti dei nostri nonni. Notiamo una ricchezza smisurata in una società molto povera. Sentiamo un calore avvolgente in una terra prevalentemente fredda. Assistiamo ad una storia lineare, chiara, in cui ogni cosa è al suo posto. I protagonisti vengono filmati con grazia da una cinepresa fissa che è sempre nella posizione giusta.
La famiglia Graziadei viene raccontata nel suo paese del Trentino, Vermiglio, durante l’ultimo anno della Seconda Guerra Mondiale. La regista scandisce il racconto secondo le stagioni della vita che si amalgamo con le quattro stagioni del 1944 e con la musica di Vivaldi che risuona nelle stanze povere e spoglie della casa in cui vive la famiglia numerosa che viene messa alla prova dall’arrivo di Pietro, un soldato disertore siciliano, che cerca rifugio in quelle terre lontane dal mondo. Il capofamiglia Cesare, che è anche il maestro del piccolo paese, affida il cuore della figlia Lucia all’amore del giovane soldato. La Delpero dunque si insinua nelle dinamiche soffuse e sussurrate di una famiglia che porta avanti la sua vita quotidiana cercando di rimanere ben salda ai principi e alle tradizioni che permeano la terra in cui vivono. I Graziadei si smarcano tra piccole contraddizioni, innocui impulsi repressi, naturali desideri di evadere ed atmosfere religiose che non prevaricano mai ma, anzi, diventano quasi una cornice terapeutica per una società antica e pragmatica che si rapportava con rispetto e devozione alla natura, ai suoi cicli e ai suoi ritmi.
“Vermiglio”, dunque, è un resoconto intimo e prezioso di una società antica e moderna nello stesso tempo. Maura Delpero tratteggia, anche grazie a molte interviste agli abitanti di quel paese, e ai racconti di suo padre che da Vermiglio proveniva, una complessa e mitologica epica di una famiglia che conosce i suoi limiti e sa esattamente dove può arrivare. Il senso della misura e della sobrietà ci vengono restituiti con una narrazione mai sbavata e sempre potentemente evocativa.
Le luci, i suoni, le musiche e i colori concorrono, insieme ai bravi attori (primo fra tutti Tommaso Ragno incontenibile), alla creazione di uno scrigno pieno di emozioni e sensazioni che non temono il giudizio ma che si staccano da una vicenda apparentemente lontana dalle nostre vite ma, in realtà, molto più aderente al nostro “io” rispetto a tante storie che non ci appartengono ma che facciamo diventare nostre per consuetudine o per, appunto, la difficoltà quasi patologica a ricordare da dove veniamo.
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RIVISTO
L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI, di Ermanno Olmi (Italia 1978, 186 min.).
Forse l’opera più suggestiva di Ermanno Olmi. In una campagna bergamasca di fine ottocento, una cascina e le famiglie che la abitano diventano iconografia storica e sentimentale di un’Italia ormai lontana e completamente scomparsa.
Le stagioni della vita prendono forma grazie ad un film costruito anche sui numerosi racconti dei nonni di Olmi che in quelle zone ci hanno vissuto. Tanto particolare quanto estremamente universale. Un capolavoro senza tempo.
