VISTO&RIVISTO La morte e i presagi da un punto di vista inedito

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di Andrea Minchella

VISTO

GOOD BOY, di Ben Leonberg (Stati Uniti 2025, 72 min.).

Lo sconosciuto al “Mainstream” Ben Leonberg si guadagna una posizione di rilievo grazie ad un’opera piccola, a basso costo, ma che ha saputo impressionare molte persone nel mondo. “Good Boy” nasce da un progetto dello stesso Leonberg, regista fino ad oggi di cortometraggi, che mette al centro della scena un cane. Di più, il protagonista del film è il suo cane Indy, un intelligentissimo e quasi umano Nova Scotia Duck Tolling Retriever che nel racconto ha il potere di vedere e sentire cose che il suo padrone non è in grado di percepire.

L’Idea geniale viene realizzata con un progetto interessante e inedito che ha impegnato il giovane regista per tre anni. “Good Boy” è un film “horror” che vuole riscrivere e ammodernare i paradigmi drammaturgici di un genere che spesso rimane incastrato in grammatiche e narrative troppo didascaliche o convenzionali. Il risultato forse non è all’altezza delle aspettative, ma certamente il tentativo di rompere gli schemi esasperati del genere “horror” è apprezzabile e rende la visione di “Good Boy” un’esperienza comunque inquietante e claustrofobica. Le tante sbavature che si possono scorgere nella breve pellicola di Leonberg nascono probabilmente dal fatto che il primo lungometraggio è sempre un’operazione complessa anche per chi ha dimestichezza con le attrezzature cinematografiche in un contesto di piccoli filmati o cortometraggi. Diluire un’idea, seppur vincente, in un flusso narrativo di settanta minuti è sempre complicato poiché l’attenzione del pubblico è un elemento delicato che va maneggiato con una capacità drammaturgica sopra la media.

Indy e il suo padrone Todd, il cui volto non viene mai svelato poiché il film è quasi interamente girato all’altezza del cane, si trasferiscono dalla città alla campagna nella casa, disabitata da un po’, del nonno di Todd. Anche suo nonno si era trasferito lì parecchi anni prima perché voleva isolarsi dal mondo. Il giovane Todd, che probabilmente ha vissuto un lutto e che non è perfettamente in salute, decide di trasferirsi per allontanarsi da tutto e tutti. La convivenza tra Todd e Indy si trasforma presto in un legame altalenante che polarizza tutta la pellicola sulle loro esperienze dentro una casa in cui le presenze non umane riempiono i silenzi e il buio che attraversano tutto lo spazio. Indy vede e sente cose che Todd forse percepisce ma che giustifica con il suo stato d’animo e di salute. La guerra, invece, che il cane intraprende con quelle “creature” diventa la struttura portante di un racconto quasi esoterico. “Good Boy” cristallizza con estrema dolcezza l’essenza vera del rapporto tra un cane e il suo padrone. La fedeltà e l’amore incondizionato, anche se messi a dura prova, restituiscono un rapporto indissolubile e universale. Possiamo scorgere, forse, la capacità di Indy di sentire la presenza della morte che fa visita al debole e fragile Todd inerme e incapace di respingerla. Indy, dunque, diventa l’unico strumento per codificare il mondo infestato che circonda Todd.

Se da una parte il film di Leonberg sperimenta con le inquadrature dal basso e l’assenza di inquadrature ai (pochi) volti umani, dall’altra cade nel comune errore di non riuscire ad emanciparsi completamente dai “topos” più ricorrenti del genere, come una casa infestata nel nulla, il cimitero di famiglia nei pressi dell’abitazione, i muri “parlanti” e tanti altri cliché che appesantiscono l’architettura tuttavia snella e inedita dell’intero progetto.

“Good Boy” resta comunque un film che va visto perché pieno di riferimenti e richiami di pellicole che hanno segnato indelebilmente la storia del cinema. Leonberg è prima di tutto un appassionato di cinema e nel suo primo lavoro ha deciso di seminare parecchi omaggi ai giganti del passato che hanno saputo ogni volta con i loro film rivoluzionare il linguaggio, lo stile e l‘architettura più intrinseca dei loro racconti. Inspiegabilmente non distribuito nei cinema italiani, “Good Boy” è stato venduto alle maggiori piattaforme di streaming rendendo, però, l’esperienza meno avvolgente di una proiezione al cinema.

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RIVISTO

ROSEMARY’S BABY- NASTRO ROSSO A NEW YORK, di Roman Polanski (Rosemary’s Baby, Stati Uniti 1968, 137 min.).

Primo lavoro in terra americana del regista francese. “Rosemary’s Baby” aprirà la strada al genere “paranormal” il cui apice è ancora oggi l‘esoterico “L’Esorcista”. Una Mia Farrow sconvolgente tiene sulle sue fragili spalle un racconto terribile e molto dissacrante per l’epoca. La regia di Polanski pondera con metodica un flusso altrimenti troppo terrificante ai limiti dello “splatter”. Epico e infestante.

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