di Andre Minchella
VISTO
GIURATO NUMERO 2, di Clint Eastwood (Juror #2, Stati Uniti 2024, 114 min.).
Un “legal” thriller. Ma non solo. Clint Eastwood con il suo quarantacinquesimo film impartisce una lezione magistrale sulla grammatica cinematografica più fine e sulla capacità di raccontare il mondo e i suoi limiti con una storia epica quanto mitografica.
Già dalla prima inquadratura di “Giurato Numero 2” è chiaro che il viaggio che il regista vuole farci vivere si snoda nel sistema giudiziario americano che, per quanto imperfetto, è l’unico che i cittadini hanno, come ricorda una pacata giudice durante il processo a cui assisteremo. La dea bendata Themis della prima inquadratura si fonde armoniosamente con l’immagine di una giovane donna, anche lei con una fascia sugli occhi, che ci fa presagire il senso della pellicola. Garbatamente e con una geometria perfetta Eastwood ci racconta delle zone d’ombra che avvolgono il sistema giudiziario americano, che però è l’unico strumento che garantisce giustizia per tutti, e dei protagonisti chiamati a partecipare ad un processo.
Prima di tutti la giuria che, a differenza di molti altri paesi, compresa l’Italia, ha un ruolo determinante nella decisione finale sul verdetto. E dunque il regista di “Gran Torino” impiega i primi quindici minuti per restituirci la ritualità quasi sacra della scelta dei soggetti che comporranno la giuria chiamata a decidere su un brutto caso di omicidio. La grammatica scarna si incastra perfettamente con uno stile asciutto e simmetrico che lascia alla storia e ai personaggi il compito di aumentare sempre di più la tensione emotiva che permea l’intera vicenda. A mano a mano che la storia si struttura capiamo, quasi simultaneamente con il protagonista, un bravissimo Nicholas Hoult, che uno dei principi per cui si può essere un giurato, ovvero la totale estraneità al delitto oggetto del processo, è infranto. “Flashback” annebbiati si mischiano con il presente del processo e la vita di Justin, il giurato numero due, e con l’incontrollata crescita di un gigantesco senso di colpa dello stesso Justin che inizia a credere di essere direttamente coinvolto in quell’omicidio su cui, insieme ad altri undici giurati, sarà chiamato a decidere.
La vicenda giudiziaria permeata di un elemento thriller sconcertante già utilizzato in parecchie pellicole, come “La Parola ai Giurati” di Sidney Lumet o “12” del russo Nikita Mikhalkov, viene affiancata dal personaggio di Faith, una sublime Toni Collette, che nei panni della pubblica accusa non sembra mai avere dubbi sulla colpevolezza del presunto assassino James, sul banco degli imputati, della fidanzata Kendall uccisa una notte di un anno prima dopo un violento litigio in un bar. Secondo Faith le prove sono schiaccianti e i trascorsi di James non fanno dubitare di una sua possibile esplosione di violenza verso la povera compagna. Faith, dunque, in procinto di essere eletta procuratore distrettuale, non intende perdere e crede che la giuria decida per la colpevolezza dell’imputato in poco tempo. Ma così non è.
Dunque “Giurato Numero 2” non è soltanto un bel thriller che restituisce allo spettatore la giusta dose di “suspense” che è endemica per certi tipi di pellicole, ma è anche un interessante spunto per riflettere sulla verità e sulla presunta verità. Sulla suggestione e sui punti di vista da cui si guarda una vicenda. Su un colpevole, perché ci sono delle prove, e su un presunto colpevole, presunto perché ci sono elementi che lo mettono in una posizione complicata. Eastwood, senza giudicare, tratteggia con millimetrica precisione un sistema che può spesso attorcigliarsi su sé stesso fino a stritolare un presunto colpevole senza una dimostrata e inattaccabile accusa. Il buon funzionamento di un sistema complesso è garantito dalle persone, come Faith o il bravo avvocato difensore, che hanno il dovere di plasmare un meccanismo articolato in base all’evento che sono chiamati a giudicare e difendere.
Il film di Clint Eastwood è un film completo che soddisfa per la sua tensione drammaturgica e per la capacità sobria ed efficace di mettere in luce i limiti umani che possono complicare un sistema già complesso ma necessario ad indagare e giudicare un uomo per un delitto efferato. Il dubbio e la rotazione del punto di vista dell’intelligente Faith ci restituisce la giusta dose di speranza che ancora esistano persone scrupolose e competenti in grado di riconoscere la delicatezza e l’importanza del loro ruolo all’interno della società.
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RIVISTO
FINO A PROVA CONTRARIA, di Clint Eastwood (True Crime, Stati Uniti 1999, 127 min.).
Un thriller ben fatto che certamente risente del tempo passato. Clint Eastwood stava ancora prendendo le misure per la realizzazione dei suoi capolavori futuri. Una storia apparentemente chiara che viene sapientemente raccontata e ribaltata da un autore che maneggia la cinepresa con eleganza ed efficacia. Da rivedere.
