VISTO&RIVISTO Scherza con i fanti, ma lascia stare Axel Foley

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di Andrea Minchella

VISTO

UN PIEDIPIATTI A BEVERLY HILLS- AXEL F., di Mark Molloy (Beverly Hills Cop: Axel F., Stati Uniti 2024, 115 min.).

Una mezza catastrofe, o meglio: cronaca di una morte annunciata. Questo quarto capitolo della saga leggendaria e fortemente iconografica (solo se prendiamo in esame i primi due capitoli), il cui protagonista assoluto è il detective di Detroit Axel Foley, cerca di rimediare al disastro completo del terzo capitolo, del 1994, in cui John Landis non era riuscito a tenere lo stesso ritmo di Brest e di Scott dei primi due film. Proprio a causa di quel film, scritto male e realizzato peggio, Eddie Murphy aveva da subito desiderato dare una nuova possibilità al detective che lo aveva reso tanto famoso negli anni ottanta.

Il progetto, che ad un certo si è anche trasformato in una puntata “zero” di una possibile serie Tv che sarebbe ruotata attorno alla vita del giovane Foley, ha subito negli anni parecchie battute d’arresto. Uno dei problemi principali da affrontare era, infatti, trovare una sceneggiatura all’altezza di un grande ritorno come quello del piedipiatti più famoso del mondo. E vedendo questo quarto capitolo presumo che quel problema non sia mai stato veramente risolto. Perché guardando” Axel F.” la prima cosa che risalta è proprio la scrittura debole del film. Un ritorno di un personaggio mitologico del cinema degli anni ottanta è una cosa complicata. Molto complicata. Netflix, Amazon o altre piattaforme potenti e ricche possono spendere tutti i soldi del mondo, ma ricreare la magia di un personaggio non è una cosa semplice.

E non è detto, forse, che sia una cosa possibile. Ci sono cose, o storie o personaggi, che forse non possono essere più toccati. Perché quei personaggi, quelle storie, quelle atmosfere, erano figli di un determinato periodo storico che non tornerà più, e che faceva da membrana ad un certo cinema che avvolgeva e travolgeva i suoi spettatori. Quando nel 1984 arrivò dall’America l’irriverente ma sincero Axel Foley l’Italia, e il mondo intero, erano totalmente diversi da oggi. I sogni, le speranze, i desideri, erano completamente diversi da quelli che oggi riempiono le teste delle persone. Scrivere una nuova storia, più o meno azzeccata, è solo una parte del lavoro che dovrebbe essere fatto da chi si accinge a riportare sugli schermi personaggi del passato. Cambiando il contesto storico e sociale si dovrebbe scrivere qualcosa di davvero innovativo. Altrimenti il rischio di banalizzare un personaggio e di annoiare il pubblico è altissimo.

Ben vengano le produzioni che cambiano i punti di vista su alcuni personaggi iconici del cinema passato, ma guai a voler riproporre un personaggio senza considerare i cambiamenti che il mondo e la società hanno subito. Pensare che l’Axel Foley di quarant’anni fa, un po’ più ingrassato e senza la voce del mitico Tonino Accolla, possa tornare in una sorta di “fotocopia” drammaturgica è una follia. L’intento di Murphy è nobile, ma il limite artistico e creativo possono compromettere pesantemente la qualità di un’intera produzione.

In questo quarto capitolo la storia, debole e prevedibile, è solo un pretesto per riposizionare Axel Foley, che ora ha una figlia, in una Beverly Hills diversa da quella del 1984 per indagare sulla corruzione della Polizia insieme ai suoi storici colleghi amici Rosewood e Taggart. Tra inseguimenti, carambole e chiari riferimenti al passato, il film non riesce mai a decollare perché perde gran parte del fascino che i primi due capitoli riescono a mantenere a quarant’ anni dalla loro realizzazione. Le sceneggiature dei primi due film erano schiette, dissacranti e originali. Allusioni e battute che Foley faceva tra le strade di Beverly Hills e di Los Angeles oggi sarebbero bollate come gravi, antisemite, volgari e discriminanti. Il politicamente corretto rende tutto molto appiattito, banale e retorico e Foley purtroppo non fa eccezione.

Dunque Murphy, che già aveva provato a rinvigorire uno dei suoi personaggi mitologici con il ritorno del “Principe cerca moglie”, scontentando parecchi suoi fans, fallisce quasi completamente anche con questo ennesimo tentativo di compiere l’impossibile impresa della “riesumazione” cinematografica di miti del passato.

Kevin Bacon e Joseph Gordon-Levitt, insieme alla colonna sonora sapientemente rielaborata, non riescono a sorreggere il difficile peso di questa produzione difficoltosa, posticcia e prevalentemente nostalgica.

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RIVISTO

BEVERLY HILLS COP- UN PIEDIPIATTI A BEVERLY HILLS, di Martin Brest (Stati Uniti 1984, 105 min.).

Martin Brest realizza, forse suo malgrado, uno dei film più iconici e leggendari del cinema di sempre. Comico e adrenalinico, “Beverly Hills Cop” travolge e fa ridere ancora oggi, a quarant’anni dalla sua realizzazione.

La colonna sonora e le scene in una Los Angeles ai massimi del suo splendore trasformano la pellicola in un prezioso e unico resoconto di un mondo che non c’è più. Eddie Murphy interpreta perfettamente il poliziotto ruvido, volgare e dissacrante che diventerà subito un’icona leggendaria del cinema moderno.

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