VISTO&RIVISTO Un film già visto e presto dimenticato

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di Andrea Minchella

VISTO

TRAP, di M. Night Shyamalan (Stati Uniti 2024, 105 min.).

Due film in uno. Ma non bastano. Night Shyamalan rinnova il registro (e il luogo) ma si perde in una storia che si svela abbastanza in fretta e che, dunque, tradisce ciò che del regista statunitense lo ha reso alla fine degli anni novanta il re della “suspense” e del “thriller”. Quando uscì “Il Sesto Senso” il mondo intero assistette ad un capolavoro che raccontava la morte da un punto di vista completamente inedito ed agghiacciante. Dopo quel racconto il regista indiano naturalizzato statunitense iniziò un lentissimo ma inesorabile declino. La tensione della vicenda con Bruce Willis si sgretolò, film dopo film, trasformando i lavori di Night Shyamalan a volte in buoni progetti altre volte in pellicole deludenti. Se in “Signs”, “The Village” e “Lady in the Water” la grammatica e la storia componevano ancora una filmografia abbastanza vicina al suo capolavoro, con le produzioni più recenti si nota una difficoltà artistica se paragonate al punto di partenza. La crisi artistica di geni e prodigi è spesso sottointesa nei racconti che questi autori nel tempo realizzano sperando di ottenere il successo del film che li ha resi famosi e leggendari.

“Trap” è incentrato sulla figura di un serial killer che molto probabilmente assisterà ad un concerto di una famosissima cantante che fa impazzire tutti i “teen agers” del paese. Capiamo subito che il protagonista del film, un bravo e ritrovato Josh Hartnett, è in qualche modo coinvolto nella vicenda del “macellaio”, il serial killer che la polizia sta braccando. La prima parte della pellicola è tutta realizzata nell’arena in cui la famosa Lady Raven tiene il suo concerto per migliaia di ragazze accorse con i genitori. Cooper, che ha portato sua figlia Riley, si accorge presto che la presenza della polizia è stranamente eccessiva. Si accorge anche che quel concerto è in realtà una trappola dell’FBI per incastrare ed arrestare il “macellaio”.

Nella seconda parte il serial killer, ormai senza via di scampo, riesce ad uscire dall’arena proprio grazie a Lady Raven che non è sottoposta ai rigidi controlli che la polizia ha instituito su tutte le persone che lasciano il concerto. Ormai accerchiato, Cooper si ritrova a casa sua dove riesce nuovamente a scappare portando con sé la cantante. Quando finalmente viene arrestato, nella sequenza finale ci accorgiamo che Cooper non ha intenzione di finire la sua corsa e che, probabilmente, riuscirà a scappare nuovamente grazie ad un momento di distrazione della polizia.

Dunque “Trap” è un lavoro fatto per un pubblico di giovanissimi, che possono ammirare le capacità canore (vere) di Saleka, figlia del regista, che interpreta una capace e reale Lady Raven. La storia e la tensione che ne derivano sembrano parecchio sbiadite e molto convenzionali se paragonate agli elementi drammaturgici presenti nelle pellicole di qualche anno fa del regista. Come “Old” o “Bussano alla Porta” anche questo “Trap” pare un prodotto bidimensionale che non riesce a spaventare o a far trattenere il respiro. Tutto viene svelato all’inizio del racconto e il resto della pellicola risulta scontata e noiosa. La bravura di Hartnett e la costruzione filmica di ottimo livello non riescono a conferire al progetto la magia che da un maestro come Night Shyalaman ci aspetteremmo. Forse con “Split” del 2016 il regista americano aveva dato qualche speranza ai suoi milioni di fan che il tocco magico gli fosse tornato, ma la filmografia successiva ha fatto clamorosamente infrangere quelle speranze.

La difficoltà di ripetersi dopo aver raggiunto livelli altissimi è sempre molto elevata. Sta ai grandi autori di questo genere di pellicole sapersi fermare e tornare a sondare il mondo che ci circonda per catturare o captare ciò che davvero spaventa la società di oggi. La differenza, oltre la storia e la sceneggiatura, risiede proprio nella capacità che pochi hanno di raccontare vicende che diventino miti ed epiche attuali delle paure e delle sofferenze che attanagliano il mondo contemporaneo. Altrimenti il risultato è un buon film, più o meno, che verrà dimenticato molto presto.

***

RIVISTO

THE FAN- IL MITO, di Tony Scott (Stati Uniti 1996, 112 min.).

Tony Scott dirige un inquietante Robert De Niro in un” thriller” che indaga il rapporto ossessivo che può instaurarsi tra un fan e il suo mito.

Il mondo del basket fa da sfondo ad una pellicola intensa che ci restituisce molto di più di qualche momento “suspense” perché ben inserito nell’America degli anni novanta. Da rivedere.

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