di Andrea Minchella
VISTO
THE ANIMAL KINGDOM, di Thomas Cailley (Le Règne Animal, Francia- Belgio 2023, 128 min.).
All’inizio ero scettico e prevenuto. L’avevo anche scartato dalla lista dei film da vedere. Poi ho deciso di rischiare. E ho fatto bene perché “The Animal Kingdom” è un film interessante e unico nel suo genere. Il fatto, poi, che sia una produzione francese lo rende ai miei occhi ancora più particolare e affascinante. L’idea che una storia fantastica, ben fatta ed originale, non sia per forza realizzata in terra americana o comunque anglofona è già una notizia. Se poi assisti alla messa in scena di una fusione equilibrata di due realtà, quella fantastica e quella reale, eseguita con una capacità poetica e grammaticale potentemente iconografica, allora il risultato è sorprendentemente al di sopra delle migliori aspettative.
“The Animal Kingdom” è una fiaba moderna capace di raccontarci in maniera schietta e travolgente molto più di noi e della nostra società che tanti film apparentemente realistici in realtà didascalici e retorici cercano spesso di fare senza riuscirci. Qui il giovane regista, al suo secondo lungometraggio dopo l’onirico “Les Combattents”, addirittura del 2014, inserisce tutta l’immaginazione cinematografica del passato elaborando però una narrazione inedita e originale al servizio di una storia mitografica basata su archetipi sociali e antropologici che sono alla base della società moderna. La trasformazione, la crescita, il distacco dal nucleo famigliare, la diversità, l’inclusione, la paura del diverso e dell’ignoto, l’odio, l’antisemitismo, sono solo alcuni temi sfiorati dalla vicenda in cui il giovane Emile si ritrova a fare i conti con una malattia misteriosa che trasforma alcuni umani in animali. Proprio sua madre, che è stata colpita da questa malattia, durante un trasferimento da un centro di detenzione scappa insieme ad altre “creature” come lei e si rifugiano in un bosco non lontano da dove vivono Emile e suo padre Francois.
Il film comincia così e da subito lo spettatore sa che assisterà ad una storia reale ma fantastica. Non ci sono mostri o super eroi, ma ci sono individui colpiti da una malattia che li rende “pericolosi” solo perché diversi e dunque da allontanare e da rinchiudere. Quando anche Emile si accorge che il suo corpo sta subendo una trasformazione, la vicenda diventa più tesa e, paradossalmente, più poetica. Il rapporto tra Emile e suo padre diventa il fulcro su cui tutta la storia si ancora. Il bravo regista riesce ad amalgamare la vicenda fantastica con la verità delle emozioni e dei rapporti umani. Non ci stupiscono le creature perché inserite sapientemente in un’opera in cui il linguaggio rimane sempre essenziale e vero. Il paradosso diventa una lingua fresca e credibile per più di due ore di film. I personaggi, come in una fiaba, si muovono in una continua mutazione dei corpi e della storia stessa. L’ancestrale si fonde con il quotidiano, l’animale con l’umano, l’onirico con il reale. La diversità diventa qui una ricchezza di cui non possiamo fare a meno. La malattia diventa una possibilità preziosa per una trasformazione che ci mette a diretto contatto con la natura selvaggia e ignota e con il mondo da cui tutti proveniamo. Un viaggio nella foresta che diventa il viaggio nella nostra anima più profonda.
Il bravo Cailley chiede al visionario Andrea Laszlo de Simone di comporre una colonna sonora capace di impreziosire la produzione visiva già fortemente evocativa. Inoltre il giovane autore francese farcisce la pellicola di continui rimandi alla cinematografia mondiale di genere. Da “Avatar” a “La Mosca”, da “Signs” a “Disctrict 9”, da “Alien” a “Twilight” solo per citarne alcuni, ma soprattutto Cailley inserisce nella sua pellicola il coraggio apprezzabile di osare e rischiare nel raccontare il nostro presente, sempre più caotico e schizofrenica, attraverso una storia fantasticamente dolce, poetica e commovente. Ottimo lavoro.
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RIVISTO
LA STORIA INFINITA, di Wolfgang Petersen (The Never Ending Story, Germania Ovest- Stati Uniti 1984, 94 min.).
La favola più bella degli anni ottanta. In terra europea viene realizzato il film che ha fatto commuovere i bambini di tutto il mondo. Il concetto del nulla, inteso come ignoranza e mancanza di fantasia, viene cristallizzato con una poetica evocativa senza precedenti.
Il tutto musicato egregiamente da un Giorgio Moroder in grado di rendere tridimensionale una pellicola oggi forse un po’ datata ma sicuramente capace sempre di emozionare e di farci tornare bambini anche solo per un istante.
